Self-Compassion

 

Self-Compassion: vivere meglio i luoghi di lavoro

Ti è mai capitato di pensare che i colleghi a lavoro fossero sempre più capaci di te o di non essere proprio in grado di portare a compimento un attività? Ebbene, se hai risposto positivamente continua a leggere. Non te ne pentirai!

di Maria Valentina Uva

Sentirsi inadeguati, nervosi e/o nel posto sbagliato quando si è a lavoro è qualcosa di familiare a molti. Tali sensazioni affondano le radici in costruzioni mentali (cosiddetti “modelli operativi interni”) che si strutturano in noi fin dall’infanzia. E’ possibile che genitori, parenti o insegnanti abbiano fatto affermazioni che incastonatesi nella nostra mente ci facciano sentire soli e fuori dal mondo una volta adulti.

Quale può essere, dunque, la valida alternativa da mettere in atto quando ci sentiamo in difficoltà?

Kristin Neff, professore associato di Educational Psychology presso la University of Texas (Austin), propone la self-compassion (autocompassione) come possibile strategia di coping. In particolare l’autocompassione è un’utilissima competenza soft (apprendibilissima eh!) che consiste nella capacità di prendersi cura del sé come, solitamente, ci si prende cura di un buon amico in un momento critico. A seguito di un evento negativo una persona carente in termini di self-compassion tenderà ad impiegare tutte le sue forze per trovare una soluzione al problema piuttosto che riflettere, dapprima, sulle emozioni negative derivate.

Esercitare autocompassione significa esattamente il contrario:  discernere tra l’evento negativo vissuto e le sensazioni provocate per poi “mettersi in pausa”,  rasserenarsi, cercare di arginare i sentimenti avversi del momento ma soprattutto prendere coscienza che i fallimenti sono parti della natura umana e che come esseri umani abbiamo limiti e tendiamo a fare sbagli.

Neff si spinge oltre e teorizza la self-compassion come un tutto costituito da tre elementi: kindness (o “gentilezza”), mindfulness ( o “consapevolezza”) e un generale senso di umanità.

• La self-kindness si identifica con la capacità dell’individuo di riconoscersi imperfetto e, come conseguenza, di   rapportarsi ai propri errori con tolleranza dei propri limiti e comprensione.

• La mindfulness è l’attitudine a prestare attenzione al presente, intenzionalmente e senza giudicare, in modo da attenuare la sofferenza mediante una maggiore conoscenza del sé.  Al contempo, approcciarsi agli eventi con mindfulness vuol dire evitare l’identificazione tra il momento negativo e se stessi (“Sono deluso. Di conseguenza sono una delusione”. “Ho fallito quindi sono un fallito”).

• A general sense of umanity cioè l’ “umanità” intesa come sentimento filantropico nei confronti dell’altro.

L’autocompassione, una volta acquisita, può essere impiegata per dare sollievo ad altri a patto che venga accompagnata da ascolto attivo e contestuale.

Come utilizzare l’autocompassione a lavoro per trarne beneficio personale?

TIP 1 Fai amicizia con te stesso. Renditi un coach per la tua persona. Autorivolgiti parole motivazionali, tieni alto il baluardo degli obiettivi che intendi raggiungere e non voltarti le spalle quando non riesci a segnare un goal.

TIP 2 Apriti e chiedi aiuto. Diceva una vecchia canzone “Finché la barca va lasciala andare” Ma quando affonda? Bhe, quando affonda cerca una mano amica! Per quanto non è detto che il tuo soccorritore fornisca supporto realmente efficace, chiedere aiuto è sicuramente il primo passo da fare per ammettere di avere un problema e cominciare a lavorarci su. Farsi dare una mano potrebbe altresì esserti utile a stringere relazioni più intime e significative.

TIP 3 Vietato rivolgersi critiche severe. Esse sono in grado di favorire l’insorgenza di problematiche psicologiche quali ansia, depressione, scarsa autostima, sindrome di tipo A, perfezionismo patologico, procastinazione e rimuginazione ossessiva.

TIP 4 E per finire ritornelli (magici). Perché non crearsi un rituale che possa sostenerti nel momento di difficoltà? Buoni esempi secondo Neff potrebbero essere l’ideazione di una frase motivazionale da ripetersi, fare una passeggiata, prendersi una pausa dal lavoro per degustare un tè, bere una cioccolata calda con un’amica, ascoltare musica o concedersi un dolce in pasticceria.

Provaci anche tu! Non male, vero?

 

Lettura consigliata:

di Kristin Neff, G. Siddu Pilia “La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi”, ed. Franco Angeli, 2019 

 

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Maria Valentina Uva
Maria Valentina Uva è Junior HR & Payroll Administration Specialist a DXC Technology, sede di Breslavia (Polonia), dove si occupa di supportare i professionisti HR italiani di una multinazionale del settore Food & Beverage. Laureatasi in Servizio Sociale con una tesi di stampo internazionale in "Psicologia del lavoro e delle organizzazioni", ha da poco conseguito un master in Risorse Umane con approccio da HR Generalist.