90 giorni per potenziare il tuo team
Teaming, sicurezza psicologica e lavoro di squadra nel quotidiano delle organizzazioni
Dialogo con Marina Capizzi e Tiziano Capelli a cura di Fulvio Palmieri
Che cosa rende un team davvero efficace? È una delle domande da cui prende avvio il confronto con Marina Capizzi e Tiziano Capelli, dedicato al libro 90 giorni per potenziare il tuo team. Le competenze strategiche per un lavoro di squadra efficace di Amy C. Edmondson, pubblicato in Italia da FrancoAngeli.
La conversazione parte da una distinzione centrale: teamwork e teaming non sono sinonimi. Il teamwork richiama spesso l’idea di un gruppo stabile, con ruoli definiti, confini organizzativi riconoscibili e relazioni che si consolidano nel tempo. Il teaming, invece, sposta l’attenzione sull’azione: sul modo in cui le persone riescono a collaborare anche quando i team sono temporanei, interfunzionali, mobili e chiamati a produrre risultati in tempi rapidi.
In questo senso, il lavoro di squadra non può essere considerato una semplice qualità spontanea del gruppo. Diventa una pratica professionale da osservare, allenare e sostenere attraverso condizioni concrete: chiarezza degli obiettivi, possibilità di contribuire, sicurezza psicologica, qualità delle conversazioni, gestione dell’errore e apprendimento dentro il lavoro quotidiano.
Marina Capizzi è consulente, master coach ICF, autrice e cofondatrice di PRIMATE. Lavora da molti anni con aziende italiane e multinazionali sui temi della leadership, dello sviluppo delle persone e dell’evoluzione delle organizzazioni. Affianca imprese e manager in percorsi orientati a migliorare la qualità delle relazioni professionali, la collaborazione e il funzionamento dei team.
Tiziano Capelli ha maturato una lunga esperienza nelle organizzazioni, ricoprendo ruoli in ambito HR e occupandosi della crescita della direzione Risorse Umane. Da circa quindici anni opera nella consulenza e nel 2017 ha cofondato PRIMATE, società benefit nata con l’obiettivo di aiutare persone e organizzazioni ad affrontare le trasformazioni del lavoro e a sviluppare nuove modalità di collaborazione.
Conduce: Fulvio Palmieri, RisorseUmane-HR.it
Un riassunto dell’incontro con i punti chiave
1. Perché oggi è importante migliorare il funzionamento dei team
Il confronto si apre con una domanda di fondo: perché oggi è così importante migliorare i team? La risposta riguarda il modo stesso in cui si produce valore nelle organizzazioni. I risultati non nascono quasi mai dall’azione isolata di singoli professionisti, ma dalla capacità delle persone di collaborare, integrare competenze, prendere decisioni e apprendere insieme.
Il team, tuttavia, viene spesso considerato un soggetto quasi scontato. Si parla molto di persone, leadership, competenze individuali e performance, ma meno di che cosa significhi realmente far funzionare un team. È proprio su questo terreno che il libro di Edmondson propone un passaggio importante: guardare il lavoro di squadra come una pratica da costruire, non come un risultato automatico.
2. Dal teamwork al teaming: dalla struttura all’azione
Uno dei passaggi centrali dell’incontro riguarda la distinzione tra teamwork e teaming. Il teamwork rimanda al gruppo relativamente stabile: persone che lavorano insieme dentro una funzione, un ufficio, un reparto o un progetto, con ruoli e confini abbastanza riconoscibili.
Il teaming, invece, descrive una condizione sempre più frequente: persone che devono collaborare anche senza appartenere allo stesso team stabile, magari attraversando funzioni, sedi, competenze, livelli gerarchici e confini organizzativi diversi.
La differenza è rilevante perché molte organizzazioni continuano a investire su logiche di team building pensate per gruppi relativamente stabili, mentre una parte crescente del lavoro richiede capacità di collaborazione rapida, situata e trasversale. In questo senso, il teaming sposta il focus dalla struttura all’azione: non solo “chi fa parte del team”, ma “come le persone lavorano insieme quando devono produrre valore”.
3. Un gruppo di persone non diventa automaticamente un team
Nel confronto emerge un punto molto concreto: mettere insieme professionisti competenti non basta per creare un team. Un gruppo può essere composto da persone preparate e tuttavia funzionare male, se manca un obiettivo condiviso, se le persone non si sentono parte di un lavoro comune o se ciascuno continua a muoversi come un solista.
Perché il team si attivi servono alcune condizioni di base: chiarezza della situazione, obiettivo comune, competenze adeguate e soprattutto la possibilità per ciascuno di contribuire. Questo significa andare oltre il ruolo formale, oltre la gerarchia e oltre la semplice competenza tecnica, riconoscendo che il contributo utile può arrivare anche da chi non occupa la posizione più alta o non parla per primo.
4. La sicurezza psicologica non è “vogliamoci bene”
Un’ampia parte dell’incontro è dedicata alla sicurezza psicologica, uno dei concetti più noti del lavoro di Amy C. Edmondson. Il punto chiarito con forza è che sicurezza psicologica non significa gentilezza, assenza di conflitto, assenza di stress o ricerca del comfort.
La sicurezza psicologica è una caratteristica di un contesto sociale concreto: un team, una riunione, un gruppo di progetto. È la condizione che permette alle persone di sentirsi legittimate a parlare, fare domande, esprimere dubbi, condividere errori e dire anche “non lo so” o “non sono d’accordo”, senza il timore di essere immediatamente svalutate.
Questo non significa dire qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Al contrario, la sicurezza psicologica è legata alla responsabilità del contributo. Serve a migliorare decisioni, letture della situazione, qualità dell’apprendimento e capacità del team di affrontare problemi reali.
5. Sicurezza psicologica, performance e responsabilità
Durante il dialogo viene ribadito che la sicurezza psicologica non è un tema separato dalla performance. Non riguarda soltanto il benessere relazionale, ma la possibilità di far emergere informazioni, segnali, errori, dubbi e idee che possono incidere sulla qualità del lavoro.
Quando le persone non si sentono legittimate a parlare, i problemi restano nascosti più a lungo, gli errori emergono tardi e le decisioni rischiano di essere prese sulla base di informazioni incomplete. Al contrario, un contesto nel quale le persone possono contribuire in modo responsabile permette al team di imparare più rapidamente e di migliorare i risultati.
6. La “porta aperta” del manager non basta
Uno dei passaggi più interessanti riguarda il tema della cosiddetta “porta aperta”. Dire ai collaboratori “quando hai bisogno vieni da me” può essere utile, ma non basta a creare teaming. È una prassi che resta sull’asse verticale, cioè nel rapporto tra manager e collaboratore.
Il teaming richiede invece prassi tra le persone: modalità di lavoro che rendano tutti chiamati a contribuire, non solo autorizzati a rivolgersi al capo. In questo senso, la disponibilità individuale del manager non è sufficiente se non vengono costruiti spazi e comportamenti che permettano al gruppo di confrontarsi, apprendere e coordinarsi in modo più maturo.
7. Il ruolo della leadership: creare le condizioni
La leadership assume quindi un ruolo diverso. Non è più soltanto il luogo della decisione, del controllo o della competenza superiore. Diventa una funzione di abilitazione: creare le condizioni perché le persone possano esprimersi, portare idee, condividere dubbi, chiedere aiuto e assumersi responsabilità.
Questo implica anche un’evoluzione del ruolo manageriale. Il manager non deve necessariamente avere tutte le risposte, ma deve saper costruire contesti nei quali le competenze presenti nel team possano essere valorizzate. Spesso le soluzioni più utili arrivano da persone o prospettive inattese, a condizione che il contesto permetta loro di emergere.
8. Gerarchia e mala gerarchia
Nel confronto si affronta anche il tema della gerarchia. L’obiettivo non è necessariamente eliminarla, perché la gerarchia può anche velocizzare, legittimare e orientare. Il problema nasce quando diventa “mala gerarchia”: quando decide sempre il ruolo più alto, quando le persone non si sentono autorizzate a intervenire e quando si crea una distanza eccessiva tra chi vede i problemi e chi prende le decisioni.
In questi casi i problemi si ingorgano, arrivano tardi sui tavoli decisionali e rischiano di essere interpretati da persone che non li vivono direttamente. Teaming e sicurezza psicologica possono allora diventare leve per far evolvere la gerarchia, senza dover “buttare per aria” l’organizzazione.
9. Apprendere mentre si lavora
Un altro punto emerso con forza riguarda il rapporto tra lavoro e apprendimento. Nel teaming non c’è un momento separato in cui prima si impara e poi si applica. Le prassi del libro portano l’apprendimento dentro il lavoro quotidiano.
Questo è particolarmente rilevante in contesti che cambiano rapidamente. Non esiste sempre qualcuno in grado di fornire in anticipo il pacchetto di conoscenze necessario. Spesso occorre sperimentare, osservare che cosa funziona e che cosa non funziona, condividere gli errori, mettere a fattor comune le conoscenze specifiche che emergono dall’esperienza.
10. Il libro come strumento da usare nel lavoro quotidiano
Durante l’incontro viene sottolineato che 90 giorni per potenziare il tuo team non è un libro da studiare una volta e poi archiviare. È piuttosto uno strumento di lavoro, da riprendere in momenti diversi a seconda delle esigenze del team.
Il percorso dei 90 giorni non va letto come una formula rigida. Un team può partire dal punto in cui si trova, dalla fase che più risponde alle sue necessità e dalle pratiche più utili per potenziare il proprio modo di collaborare. In questo senso, il libro può accompagnare manager, HR e team leader nel lavoro quotidiano di osservazione, miglioramento e apprendimento.
11. Sicurezza psicologica e volatilità sono collegate
Una domanda arrivata dalla chat ha portato il confronto sul rapporto tra sicurezza psicologica e capacità di muoversi in contesti volatili. La risposta emersa è chiara: non sono due temi separati, ma due facce della stessa medaglia.
Quando il contesto cambia rapidamente, le persone hanno più dubbi, commettono più errori, devono chiedere aiuto e trovare soluzioni insieme. La sicurezza psicologica consente proprio questo: coltivare un confronto costante legato all’apprendimento di ciò che funziona e di ciò che non funziona, mentre il lavoro sta accadendo.
12. Dalle skill individuali alle pratiche di team
Nella parte conclusiva viene toccato un tema molto rilevante per HR e manager: molte organizzazioni stanno investendo nella mappatura delle competenze individuali, soprattutto hard skill. È un lavoro utile, ma non sufficiente.
Se una competenza resta individuale e non viene condivisa, difficilmente migliora il processo o il risultato collettivo. La collaborazione non può essere trattata solo come una caratteristica della singola persona. Anche se qualcuno si impegna a essere più collaborativo, senza prassi consolidate che sostengano sicurezza psicologica e teaming, quella crescita personale rischia di non generare valore organizzativo.
Per questo il team diventa un livello di intervento decisivo: non alternativo alla crescita individuale, ma necessario per trasformare competenze, conoscenze e contributi in apprendimento e performance collettiva.
Il libro
90 giorni per potenziare il tuo team.
Le competenze strategiche per un lavoro di squadra efficace
Autrice: Amy C. Edmondson
Prefazione per l’edizione italiana a cura di: Marina Capizzi e Tiziano Capelli
Editore: FrancoAngeli
Data di pubblicazione: 29 maggio 2026
ISBN-10 : 8835188423
ISBN-13 : 978-8835188421
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