Minaccia alla biodiversità e il meccanismo dello spillover

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Minaccia alla biodiversità e il meccanismo dello spillover: cosa ci “insegna” il Coronavirus?

SARS-CoV2, Covid19 o Coronavirus: sono solo alcuni dei nomi con i quali l’agente patogeno è salito alle cronache in questi giorni. Se per l’arcivescovo Carlo Maria Viganò la pandemia non è altro che la punizione per “aborto (…), il divorzio, l’eutanasia, l’orrore del cosiddetto matrimonio omosessuale, la celebrazione della sodomia e delle peggiori perversioni, la pornografia, la corruzione dei piccoli, la speculazione delle élite finanziarie” e per non farci mancare nulla “la profanazione della domenica[1], per altri potrebbe essere una tragedia che ci saremmo dovuti aspettare. Vediamo insieme perché.

di Davide Maccanò

Tralasciando improbabili argomentazioni, il coronavirus potrebbe effettivamente essere la conseguenza di un processo che abbiamo iniziato noi esseri umani qualche centinaio di anni fa. Non sto parlando di un virus sfuggito da laboratorio, come suggeriscono coloro che si sono troppo immedesimati in un film fantascientifico. Mi riferisco a qualcosa di reale e drammatico: il desiderio di una crescita economica illimitata e la conseguente perdita di biodiversità. Andiamo con ordine.

Uno dei capisaldi promosso dai sostenitori dello sviluppo sostenibile è la protezione della biodiversità. Semplificando, quest’ultima si può definire come l’ampia varietà di organismi e microrganismi presenti sul Pianeta che, insieme, contribuiscono a creare un equilibrio fondamentale per la vita nel suo complesso. Questa eterogeneità naturale è costantemente minacciata dall’attività umana: secondo la “lista rossa” IUNC, il 27% delle specie valutate su scala globale sono a rischio di estinzione. [2] Questa è la conseguenza dell’emissione dei gas serra (originata soprattutto dall’attività industriale, dalla produzione dell’energia elettrica, dai trasporti etc.) e del continuo depauperamento dell’ambiente terrestre e marino, soprattutto a favore di bestiame e agricoltura che, attualmente, occupano la metà della terra coltivabile nel mondo (circa 50 milioni di chilometri quadrati).

La perdita di biodiversità non soltanto ha soltanto conseguenze dirette, ossia la distruzione di un “patrimonio naturale” di cui, a mio avviso, dovremmo renderci tutori, ma soprattutto conseguenze indirette pericolose per l’uomo. Come evidenziato da un rapporto del WWF, tra queste si annoverano: l’aumento dei siti di riproduzione dei vettori (coloro che trasportano malattie, come zanzare o zecche) delle malattie, la perdita di specie predatrici e la diffusione amplificata degli ospiti serbatoio (i portatori delle malattie, come ad esempio pipistrelli per la SARS) e i trasferimenti di patogeni tra specie diverse. [3]

Inoltre, esiste un forte legame tra alcune malattie e il nostro impatto sugli ecosistemi naturali. Sto parlando delle malattie zoonotiche, o zoonosi, ossia tutte quelle malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo. Per dare un’idea della portata di queste malattie, la European Food Safety Authority (EFSA), ossia l’Autorità europea sulla sicurezza alimentare, ha dichiarato che, negli ultimi 10 anni, il 75% delle nuove malattie che hanno colpito l’uomo sono state trasmesse da animali o da prodotti di origine animale. [4]

Il già citato rapporto del WWF ha recentemente pubblicato una lista di queste malattie che, negli ultimi anni, hanno colpito l’uomo. Per citarne alcune, riporto a titolo esemplificativo: l’influenza aviaria H5N1 del 2003 (Asia, 455 morti), SARS del 2002 (Asia, 774 morti), Influenza suina H1N1 del 2009 (USA-Messico, 429 morti), Ebola del 1976-2014 (Congo, 14693 morti) e infine (seppur l’origine sia ancora incerta) SARS-CoV2019 che, ad aprile 2020, ha superato i 50’000 morti. [5] 

Il contagio di queste malattie può avvenire in due modalità:

  • Diretto: Dall’animale all’uomo, tramite morsi, punture o il consumo alimentare di carne infetta.
  • Indiretto: Tutte quelle zoonosi che si adattano alla nostra specie, consentendo la trasmissione da uomo a uomo, come le malattie sopracitate. Queste sono al momento le più pericolose, perché, con la facilità di spostarsi da un continente all’altro dei giorni d’oggi, un piccolo focolaio può velocemente evolvere in pandemia.

La comparsa di nuovi virus patogeni per l’uomo, inizialmente dannosi solamente per gli animali, è un fenomeno che prende il nome di spillover. La somiglianza tra il SARS-CoV2019 e altri Coronavirus presenti in alcune specie di chirotteri (“pipistrelli”) presenti nella Cina meridionale, Asia ed Europa, permette di avanzare l’ipotesi che l’epidemia in questi giorni sia proprio collegata a questo meccanismo. Alcune differenze nella sequenza genetica, tuttavia, spingono ad ipotizzare che ci sia stato un “ospite intermedio”, tra i chirotteri e gli esseri umani. Ancora oggi questo ospite non è stato trovato, ma si ipotizza che la commercializzazione degli animali selvatici vivi e la loro macellazione nel mercato cinese di Wuhan abbia sostenuto questo processo.

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Secondo alcuni, una epidemia cosi generalizzata era solo una questione di tempo. David Quammen, scrittore statunitense e divulgatore scientifico, nel 2012, nel suo libro “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” scrive in maniera quasi profetica: “la difficoltà di fare previsioni precise non ci obbliga a rimanere ciechi, impreparati e fatalisti circa l’emergenza e la riemergenza delle malattie zoonotiche (…) l’alternativa pratica a metter la testa sotto la sabbia (…) è migliorare le basi scientifiche per migliorare la capacità di risposta. Ciò significa sapere quali gruppi di virus tenere sotto osservazione, essere in grado di riconoscere uno spillover anche in luoghi remoti prima che si trasformi in un’epidemia, avere le capacità organizzative per bloccare le epidemie localizzate prima che diventino pandemie (…) creazione di terapie e vaccini prima che passi troppo tempo. (…) Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. (…) Abbiamo aumentato il nostro numero fino a sette miliardi e più (…) abbiamo violato, e continuano a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta, distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano.” [6]

Cosa potrebbe insegnarci il Coronavirus?

Siamo fragili e moriamo; non siamo divinità – anche se vorremmo esserlo – non siamo “homo deus” come direbbe lo storico Yuval Harari. Non è scritto da nessuna parte che dobbiamo piegare gli ecosistemi al nostro volere e crescere senza limiti, e se questo è ciò che il nostro attuale sistema produttivo richiede, deve essere rivisto. Non sto parlando di diventare una sorta di società autosufficiente e contadina o di adottare la prospettiva teorica della “decrescita serena”, ma di smettere di considerare la sostenibilità un “optional” e di posizionarla al primo posto dei nostri obiettivi politici, sociali ed economici. La tecnologia esiste, ciò che manca è la volontà, piegata dall’interesse del brevissimo termine insito nell’essere umano: lo sa bene Trump che decide di uscire dagli accordi sul clima di Parigi perché “danneggerebbero l’economia statunitense”, lo sa altrettanto bene Orban che decide di esautorare il Parlamento, per assumere pieni poteri per “combattere il Coronavirus”, salvo poi usare questi poteri per minacciare i diritti dei transgender.

Di positivo c’è che il Coronavirus ha mostrato come i cambiamenti radicali siano possibili in tempi di crisi: in poco più di un mese, il mondo ha adottato misure straordinarie per riuscire a contenere le perdite di vite umane. Una domanda mi sorge spontanea: perché misure radicali non le possiamo adottare preventivamente? Perché evitare la distruzione degli ecosistemi prima anziché mettere in quarantena tutti dopo?

I cambiamenti epocali richiedono una forte volontà comune: ci sarà quando la pandemia sarà finita? O torneremo alla logica del breve termine finché non si paleserà un’altra pandemia? A noi la scelta.

Fonti:

  1. https://www.fanpage.it/attualita/per-larcivescovo-vigano-il-coronavirus-e-una-punizione-di-dio-contro-aborto-divorzio-e-pornografia/
  2. https://www.iucnredlist.org/
  3. https://www.wwf.it/pandemie_e_distruzione_degli_ecosistemi.cfm
  4. https://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/biological-hazards
  5. https://www.wwf.it/pandemie_e_distruzione_degli_ecosistemi.cfm
  6. David Quammen, Spillover. L’evoluzione delle pandemie. Adelphi, 2014 2° edizione.

 

Questo articolo è offerto da:

Davide Maccanò
Studente di Economia in Relazioni di Lavoro
Davide Maccanò è uno studente che, dopo essersi laureato in “Sociologia e Ricerca Sociale”, sta proseguendo i propri studi attraverso il corso di Laurea Magistrale in Economia in Relazioni di Lavoro. In contemporanea allo studio, svolge uno stage come responsabile Risorse Umane presso Adecco. Forte sostenitore della formazione continua, considera la laurea come una condizione sempre più necessaria ma non sufficiente. I suoi interessi principali ruotano intorno al diritto del lavoro e allo sviluppo sostenibile, tematica che ha affrontato durante la tesi di laurea triennale (“Confronto critico tra decrescita felice e sviluppo sostenibile”).