Diritto alla disconnessione: norma di legge o regola comportamentale?

 

Diritto alla disconnessione: norma di legge o regola comportamentale?

di Solco Srl

Premessa

La continua evoluzione tecnologica è entrata prepotentemente all’interno delle strutture organizzative aziendali. L’utilizzo di cellulari, applicazioni di messaggistica istantanea, notifiche e-mail in tempo reale, live report delle prestazioni aziendali, sono tutti presupposti che, al giorno d’oggi, hanno fatto sì che all’interno dell’opinione pubblica si cominciasse a discutere di diritto alla disconnessione.

Cos’è il diritto alla disconnessione?

L’espressione “diritto alla disconnessione” suona molto come una sorta di rivendicazione del proprio diritto a poter disporre di un tempo libero, dove potersi svincolare dalla continua presenza del datore di lavoro.

Un fenomeno questo, conosciuto anche come “time porosity” o “spill over”, dovuto fondamentalmente ad uno stato di connessione perenne che non consente di “staccare la spina” dalle questioni di lavoro neanche per un secondo.

Stress da collegamento costante con il lavoro

Secondo uno studio sociologico dell’Università di Harvard, sono sempre più numerose le patologie da stress manifestate dai lavoratori dipendenti moderni.

Queste patologie sono principalmente imputabili al senso del dovere e alla volontà da parte del lavoratore di non “scollegarsi” mai dalle faccende lavorative.

Così facendo, non si fa altro che produrre alti livelli di cortisolo che, a lungo andare, fanno sì che il lavoratore sviluppi una sorta di stato di allerta perenne, continuo: “Se non rispondo cosa potrebbe accadere?”, “Potrei essere sostituito?”, “Potrebbero pensare che io non stia adempiendo la mia prestazione?”, “Potrei perdere il lavoro?”.

Sono queste le principali domande che frullano ormai quotidianamente nella testa di un qualsiasi dipendente di qualunque azienda.

Domande del genere, poi, tenendo anche conto della particolare situazione economico-occupazione che stiamo vivendo, a dir poco critica, sorgono sempre più spontanee.

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Il diritto alla disconnessione in Francia

È in Francia che, nel 2016, grazie alla “Loi Du Travail”, si è accennato per la prima volta al diritto alla disconnessione.

Le disposizioni di legge chiedevano espressamente che le aziende con un numero di dipendenti superiore a 50 si impegnassero, tramite accordi interni, a regolamentare il tempo libero, quello in teoria “offline”, del proprio personale dipendente.

Il diritto alla disconnessione in Italia

In Italia, al contrario, il tema non è stato ancora definito in maniera dettagliata.

L’unico riferimento ad una sorta di diritto alla disconnessione è stato inserito all’interno del disegno di legge AC. n. 2233 B, nella versione approvata definitivamente dal Senato il 10 maggio 2017, nell’ambito di “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”.

Nello specifico, più che di diritto alla disconnessione, all’interno del disegno di legge si vuole far riferimento al Lavoro Agile, o Smart Working.

In particolare, all’articolo 16 del suddetto disegno di legge, si stabilisce che: “L’accordo individua altresì i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni di lavoro.”.

Diritto alla disconnessione: norma di legge o regola comportale?

Che si parli di un diritto alla disconnessione non suona certo nuovo.

Offrire la propria prestazione lavorativa esclusivamente all’interno dell’orario di lavoro concordato non rappresenta certo una novità.

La domanda sorge quindi spontanea: perché prevedere un “diritto alla disconnessione” quando i limiti sono già stabiliti per legge? Perché affidarsi ad una norma legislativa per definire una regola comportamentale risultato di un percorso culturale ed educativo ?

Se il dipendente gode dell’uso del telefono aziendale come benefit aziendale, al di fuori dell’orario lavorativo sarebbe dunque libero di spegnerlo, o comunque di non rispondere alle telefonate o e-mail.

Ciò vale anche per l’utilizzo del telefono personale, il cui numero deve sì essere a conoscenza del datore di lavoro, il quale però dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, limitarsia ricorrervi solo per comunicazioni di giustificata urgenza.

In quest’ottica si potrebbe addirittura arrivare a parlare di una sorta d’indennità di reperibilità aziendale, laddove si volesse regolamentare la reperibilità al di fuori dell’orario lavorativo prestabilito.

Conclusioni

Così come dovrebbe essere buona educazione non infrangere l’armonia del tempo libero di ogni lavoratore con e-mail, telefonate ed sms di lavoro, lo stesso vale all’inverso.

Sarebbe bene, infatti, che ciascun dipendente, in orario di lavoro, non ricorresse a chiamate, messaggi ed e-mail personali, che niente avrebbero a che vedere con la propria mansione e che contribuirebbero solamente a una sua distrazione dal normale e regolare svolgimento del proprio lavoro.

Un diritto alla disconnessione, quindi, non come un limite alle attività aziendali ma come opportunità di miglioramento delle prestazioni lavorative, soprattutto in termini di benessere del lavoratore.

Bibliografia consigliata

Solco Srl
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