Anima mediterranea: la leadership come arte della guida
Dialogo con Andrea Granelli - a cura di Fulvio Palmieri
“Leadership” è una parola che funziona finché resta generica. Quando la porti nel concreto - decisioni, conflitti, tempo, responsabilità - comincia a mostrare i suoi limiti.
Il libro Anima mediterranea. La leadership come arte della guida (Elena Granata e Andrea Granelli, Luca Sossella Editore) propone una scelta netta: sostituire l’immagine del “leader” con quella della guida.
Non come trovata linguistica, ma come mestiere: leggere il contesto, scegliere il passo, aprire piste e, soprattutto, legarsi alla squadra.
Il titolo contiene due parole-pilastro. “Anima”, intesa come qualcosa di incorporeo che ci plasma (non in senso religioso)."Mediterranea”, intesa come luogo di varietà e conflitto, non come nazione o bandiera: un bacino che ha generato culture, frizioni,
contaminazioni e anche bellezza durevole. Da qui l’idea di rigenerare la leadership come arte della guida.
Andrea Granelli
Andrea Granelli è esperto di innovazione, leadership e digitale. Ha fondato Loquendo e il fondo Saturn, è stato CEO di tin.it e direttore R&D di Telecom Italia. Già presidente dell’Archivio Storico Olivetti, ha fondato la società di consulenza Kanso. Scrive per “Harvard Business Review Italia” e “Economy”.
Un breve riassunto dell’incontro con i punti chiave
- Anima mediterranea: non è folklore. È l’idea che esista un tratto immateriale - legato a storia, popoli, conflitti e scambi - che aiuta ad attraversare fasi difficili senza cercare scorciatoie autoritarie.
- Dal leader alla guida: la parola “leader” è consumata e ambigua (Granelli fa notare come cambi significato in altre lingue).
La “guida” richiama l’immagine della guida alpina: apre la pista, si lega alla cordata, protegge i più deboli, risponde anche dell’insuccesso. - Contro l’uomo solo al comando: Granelli lo dice senza giri: in un mondo complesso un’unica persona che pensa e decide è pericolosissimo. Non è solo un tema etico: è un problema di efficacia.
- Mediterraneo come varietà: non “un mare”, ma “tanti mari”; non “una civiltà”, ma “tante civiltà”.
La distintività mediterranea non è monocultura: è varietà che tiene insieme differenze, anche conflittuali. - Tagliando al modello business school: non demolizione, ma manutenzione. Tenere ciò che serve (finanza, organizzazione, contabilità) e reinserire ciò che oggi manca: pensiero critico, retorica, capacità simbolica, cultura, intelligenza emotiva, sensibilità artistica, space awareness.
- Senso del limite: tema mediterraneo e classico (hybris). L’assenza di limite, applicata a tecnologia e potenza, produce scelte voraci e miopi (energia, risorse, acqua, terre rare, ...) e, in ultima istanza, autodistruttive.
- Tempo e kairos: non basta fare bene, conta il momento opportuno. Granelli richiama la categoria del “tempo giusto”, di occasio, e la collega alla prudenza come virtù concreta di decisione.
- Crisi come giudizio: “crisi” viene da crino (giudicare). Non è solo caos: è il momento della diagnosi e della decisione.
Il caos, se diventa alibi, serve solo a non agire. - Bellezza in organizzazione: non decorazione. Ha ricadute economiche (made in Italy), valoriali (bello e buono) e operative: bellezza come essenzialità, come scultura che toglie il non necessario.
- Arte come palestra di scenari: in un mondo discontinuo serve passare dal “probabile” al “possibile”.
L’arte allena la varietà di rappresentazioni e quindi la capacità di immaginare opzioni. - Complessità mediterranea: il Mediterraneo tiene insieme comunicazione e conflitto, monoteismi e politeismi, fanatismo e tolleranza.
Serve un pensiero non lineare, capace di cogliere complementarità e antagonismi. - Olivetti come caso vivo: non mitologia. Esempi concreti citati: biblioteche in fabbrica, psicologia del lavoro, architettura (Pozzuoli e la luce), cultura come infrastruttura di comunità. Visione, coerenza e atti.
- Sapienza: parola centrale. Non contro la conoscenza, ma oltre la conoscenza.
Sapienza come discernimento, misura, sguardo profondo, capacità simbolica. - Metis: intelligenza obliqua, abilità, adattamento. Ulisse “polymetis”: non vince il più forte, ma il più abile.
La sapienza non coincide con la sola potenza calcolante, è molto di più: è poetica, mimetica, intuitiva. - Pharmakon: la tecnologia è pharmakon, farmaco e veleno. Uno strumento potente, quindi anche pericoloso.
Una cosa buona, somministrata male, diventa tossica. Il tema non è se la tecnologia è buona o cattiva, ma se abbiamo le competenze e i valori giusti per “somministrarla” correttamente - Lessico e retorica: per Granelli le parole vanno “pulite” e rigenerate, perché l’abuso o l’eccessivo utilizzo le sterilizza.
La guida lavora anche sul linguaggio: evocare, creare consenso, usare metafore precise e suggestive.
Dialogo
L’incontro, tratto dalla diretta streaming, è stato condotto da Fulvio Palmieri (F.P.) con Andrea Granelli (A.G.).
La forma dialogica riprende alcuni passaggi centrali: significato di “anima mediterranea”, guida vs leader, crisi, bellezza, cultura come competenza manageriale, Olivetti, sapienza e tecnologia come pharmakon.
F.P. - Partiamo dal titolo: che cosa significa “anima mediterranea” e perché parlare di “arte della guida”?
A.G. - “Anima” è qualcosa di incorporeo che ci plasma. “Mediterranea” è un luogo di radicamento ma non una nazione: evita derive sovraniste e richiama varietà e conflitto. “Guida” non è un gioco di parole: la guida alpina apre la pista, si lega alla squadra, protegge i più deboli e risponde anche dell’insuccesso. Il leader, oggi, rischia di ridursi a uomo solo al comando, ed è pericoloso e inefficace nel complesso.
F.P. - Qual è il nesso tra Mediterraneo e modelli di leadership?
A.G. - Il Mediterraneo è varietà: “tanti mari”, “tante civiltà”. Questo aiuta a vedere che il modello anglosassone - che plasma business school e classe dirigente - non è l’unico possibile. Il Mediterraneo può essere letto come un “dispositivo per creare civiltà”: un laboratorio che tiene insieme differenze e contrasti.
F.P. - Quali elementi del modello dominante vanno cambiati?
A.G. - Serve un tagliando. Per esempio il senso del limite (hybris), oggi spesso assente nel discorso sulla potenza e sulla tecnologia.
Poi il tempo: non solo quantitativo, ma kairos, il momento opportuno. E la prudenza: decidere nel momento giusto. Non è una variabile che si testa abbastanza.
E poi bisogna reinserire competenze che chiamiamo “soft” ma sono hard: pensiero critico, retorica, intelligenza emotiva.
F.P. - In un tempo di “permacrisi”, la mentalità mediterranea può aiutare?
A.G. - Sì, perché il Mediterraneo è storia di crisi e faglie. La crisi può essere vista come somma zero oppure come passaggio generativo. E “crisi” viene da crino, giudicare: è diagnosi e decisione, non solo caos. Le crisi esistono: non vanno negate, ma attraversate in modo che diventino generative.
F.P. - Hai parlato di bellezza: che cosa vuol dire bellezza nelle organizzazioni?
A.G. - Non è un tema estetico superficiale. È parte dell’economia (design, moda, architettura). È anche essenzialità: come la scultura che toglie il non necessario.
E soprattutto la cultura allena la varietà e quindi la capacità di immaginare scenari. Oggi serve passare dal probabile al possibile.
F.P. - Olivetti: perché è ancora attuale per chi guida aziende?
A.G. - Per la concretezza coerente: biblioteche in fabbrica, psicologia del lavoro, cura dei luoghi, architettura, cultura come infrastruttura di comunità.
Non è solo “visione”: sono atti. E per comprenderlo bisogna evitare letture riduzioniste e accettare la complessità del personaggio e del contesto.
F.P. - Qual è il primo passo pratico per i manager che vogliono muoversi in questa direzione?
A.G. - La consapevolezza che ciò che si sa non basta. Serve umiltà: radicamento (humus), piedi per terra, contesto. E attenzione al “learning by doing” come unico metodo: imparare facendo è importante, ma non sufficiente.
Quando il mondo cambia, l’esperienza da sola può diventare inefficace. Serve alimentarla con letture, prospettive, cultura.
Leggere i classici prepara all’inatteso e aiuta a capire l’essere umano, che è più complesso delle persone incontrate nella propria carriera.
Punti fermi e domande aperte emerse nel dialogo:
- La figura della guida sposta il focus dalla performance individuale alla responsabilità condivisa: leggere il contesto, legarsi alla squadra, proteggere i più deboli.
- In un contesto complesso, l’“uomo solo al comando” non è solo un problema etico: è un rischio operativo.
- Il Mediterraneo, letto come varietà e laboratorio, offre una grammatica alternativa alle monoculture manageriali.
- Limite, kairos e prudenza riportano la decisione dentro misura e timing, non dentro sola accelerazione.
- “Crisi” come crino sposta l’attenzione: diagnosi, giudizio, scelta. Il caos non è una scusa.
- La bellezza, intesa come essenzialità e cultura della varietà, ha ricadute economiche e strategiche: allena scenari e opzioni.
- Olivetti resta un riferimento concreto: cultura e cura diventano atti, luoghi, infrastrutture, non dichiarazioni.
- La tecnologia è pharmakon: potente, quindi ambivalente. Va governata con responsabilità, limite e competenze umane non delegabili.
- Il primo passo è interno: riconoscere che ciò che si sa non basta, e costruire un metodo che integri esperienza e cultura.
Il libro
Anima mediterranea. La leadership come arte della guida
Autori: Elena Granata, Andrea Granelli
Editore: Luca Sossella Editore
Data di pubblicazione: 8 ottobre 2025
Lingua: Italiano
Lunghezza stampa: 208 pagine
ISBN-13: 979-1259981004
Anima Mediterranea invita a una leadership meno performativa e più sostanziale: meno ossessionata dal controllo, più capace di orientare nel complesso. Il contributo più utile è rimettere al centro una domanda spesso rimossa: la guida è un insieme di strumenti o una forma di sapienza praticabile?
RisorseUmane-HR.it
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Anima mediterranea. La leadership come arte della guida – recensione



