La rivoluzione silenziosa. Quando le persone ridisegnano le regole - intervista a Paolo Iacci

La rivoluzione silenziosa. Quando le persone ridisegnano le regole

Intervista a Paolo Iacci

Siamo abituati a pensare che siano le aziende a dettare le condizioni nel mondo del lavoro. Ma è ancora così? Paolo Iacci ci accompagna in un’analisi lucida e disincantata dei nuovi equilibri tra persone e imprese. A partire dal suo saggio La Rivoluzione Silenziosa (Egea, 2025), Iacci spiega come il potere contrattuale e simbolico si stia spostando verso chi lavora, generando comportamenti inediti come il quiet quitting, il silenzio organizzativo e il rifiuto dei modelli tradizionali da parte della Generazione Z. Un cambiamento che non fa rumore, ma che sta riscrivendo in profondità le regole del gioco.

Chi è Paolo Iacci
Presidente di Eca Italia, Direttore scientifico di AIDP, è titolare della cattedra di “Gestione delle risorse umane” all’Università Statale di Milano, dopo essere stato Presidente di BCC Credito Consumo e Direttore generale del Gruppo Pride. Ancor prima aveva ricoperto posizioni di Direttore HR e organizzazione in Italtel, Reader’s Digest, Banca Intesa e Iccrea Holding. Già consigliere di amministrazione dell’Università Bocconi e di alcune altre società pubbliche e private, collabora con la Business school 24Ore e con Harvard Business Re-view. È autore di numerosi volumi di management.

Un breve riassunto dell'intervista con i punti chiave.

In questo dialogo Iacci ci offre strumenti pratici e una prospettiva preziosa per chi oggi guida le persone in azienda.

Fulvio Palmieri (F.P.) ha moderato il confronto con Paolo Iacci (P.I.)

F.P.: Paolo, nel tuo libro parli di “Rivoluzione Silenziosa”. In cosa consiste esattamente?
P.I.: È un cambiamento profondo e, appunto, silenzioso. Le persone non accettano più passivamente le regole del lavoro. Oggi sono le imprese a dover conquistare i talenti, non il contrario. Chi lavora sceglie se aderire o meno ai valori di un’organizzazione.

F.P.: Quali sono i comportamenti che hai osservato e che rendono visibile questa rivoluzione?
P.I.: Ne vediamo tanti: dal quiet quitting al turnover crescente, dalla fuga dei giovani al calo di partecipazione. Sono tutte forme di disconnessione che parlano chiaro: il vecchio patto tra impresa e persone non regge più.

F.P.: Il concetto di “silenzio organizzativo” è molto potente. Come lo descriveresti e perché è un problema serio?
P.I.: È quando chi lavora smette di parlare, di proporre, di dissentire. Non contesta, ma nemmeno partecipa. Questo impoverisce l’azienda: manca lo scambio, il confronto, il senso di appartenenza.

F.P.: Secondo te, da dove nasce questo disimpegno?
P.I.: Dal fatto che troppo spesso le aziende si fermano all’apparenza: benefit, gadget, iniziative spot. Ma quello che manca è il senso, il riconoscimento, la qualità delle relazioni. Sono questi gli elementi che fanno la differenza.

F.P.: Ci fai un esempio pratico di cosa dovrebbe fare un’azienda per affrontare davvero il problema?
P.I.: Bisogna ripensare tutta la filiera HR: come selezioni, come formi, come premi, come ascolti. Non basta aggiustare un pezzo, serve una visione integrata, centrata sulle persone e non solo sulle performance.

F.P.: Che ruolo ha la Generazione Z in tutto questo?
P.I.: Un ruolo centrale. I giovani non cercano di adattarsi al sistema: lo rifiutano se non lo sentono coerente con i propri valori. Non fanno rumore, ma si allontanano. E questo è un segnale fortissimo.

F.P.: Qual è, a tuo avviso, la sfida più grande per le aziende oggi?
P.I.: Abbandonare il controllo e imparare ad ascoltare. Le aziende devono smettere di pensare che tutto si possa gestire dall’alto. Serve un cambiamento culturale, non solo operativo.

Cosa abbiamo imparato

  • Le persone hanno ripreso il controllo del proprio percorso lavorativo.
  • Il silenzio in azienda è un sintomo da non ignorare.
  • Le leve tradizionali di engagement non bastano più.
  • Senza senso, riconoscimento e dialogo, le organizzazioni perdono energia.
  • I giovani non urlano, ma si allontanano. E questo cambia tutto.
  • Serve una nuova cultura del lavoro: più autentica, più aperta, più umana.

 

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