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FINZIONI

Che brutta storia esser liberi dentro
La solitudine dei corridoi
Essere liberi e uomini mai”
Il Minotauro di Borges, Baustelle

di Giovanni Di Muoio

Siamo piccoli visti dall’alto. Formiche operose all’affannata ricerca di qualcosa da fare. Il nostro modo di concepire il lavoro è legato a doppio filo a un’immagine di dinamismo, di moto perpetuo.

Una delle prima cose che m’insegnarono quando entrai a far parte di una grande Organizzazione fu quella di rimanere per quanto possibile seduto al mio posto. Ai capi non andava giù il fatto che uno potesse alzarsi e andarsene in giro nei lunghi corridoi senza un motivo apparente che non fosse quello di un’esigenza fisiologica. Ma se proprio non fossi riuscito per tutto il tempo a starmene con le chiappe incollate alla sedia allora, con qualche evidente forzatura, poteva essere tollerato alzarsi ogni tanto e girare con un foglio di carta in mano che era un modo per eludere un sistema di controllo espressione di una classe dirigente arrivata ad occupare posti di potere per usucapione.

Finzioni. E non dobbiamo per forza scomodare Borges per fare eventuali similitudini. La finzione è da sempre il collante che tiene uniti mondi lontanissimi. Si finge che le cose vadano tutto sommato bene, si finge di essere un talento o di essere circondato da un nutrito numero di talentuosi colleghi, si finge di essere un buon manager, di abitare nel migliore dei mondi possibili, si finge che non abbiamo bisogno di nulla, si finge di stare bene o di essere sani per dirla con le parole di Gaber.

Fingere negli anni è diventata una competenza da allenare. Significa mettere in atto dei comportamenti ai quali nessuno crede ma che servono per compiacere qualcuno  e questo compiacimento garantisce per un tempo più o meno lungo una sorta di quieto vivere, una sopravvivenza di comodo. Tutto fino alla prossima finzione o mistificazione della realtà.

Fingere significa lavorare sul meccanismo della percezione, di come siamo visti agli occhi degli altri, di come costruiamo la nostra (finta) reputazione sociale che ci assicura una spendibilità all’interno dell’Organizzazione. Il problema è che quando prendiamo finalmente consapevolezza del fenomeno è già troppo tardi perché qualcuno è riuscito a fingere meglio di noi e si è accreditato agli occhi degli altri scavalcando le nostre legittime ambizioni. In questo gioco al massacro dove a vincere è sempre il banco ci sono due grandi assenti. La prima è la strategia. La nostra per quanto animata da buone intenzioni non funziona, approssimativa per definizione, troppo romantica la nostra visione delle dinamiche lavorative per sperare di fare presa sull’altro. L’altro grande assente è un confronto oggettivo sulle competenze.

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Pensavamo fosse una questione dirimente, o almeno ci hanno fatto credere questo, e invece abbiamo scoperto che non è più rilevante o lo è molto meno. L’abbiamo sempre immaginata come il jolly da calare sul tavolo verde per chiudere il punto ma ci sbagliavamo perché non abbiamo preso in considerazione che quella mano potesse essere truccata. E così, di finzione in finzione si vive. La realtà è che sempre più spesso però si muore per poi rinascere sempre uguali che tradotto significa che in fin dei conti non cambia nulla. Ma arrendersi no, non è contemplato. Piuttosto scegliamo caparbiamente la strada della coerenza, di apparire per quello che realmente siamo ma devo avvertirti caro lettore, la percezione gioca brutti scherzi per cui potresti finire col passare un messaggio fuorviante: essere etichettato come uno stronzo qualunque quando magari non lo sei affatto, piuttosto la tua potremmo definirla un’incrollabile fiducia nel genere umano che si traduce nel fare finta che non sei tu il destinatario di quegli schiaffi ma il tuo alter ego sfigato da cui sei convinto di aver preso le distanze tanto tempo fa. E allora come uscire da questo loop?

Non ho una risposta o meglio una risposta non c’è o quanto meno non è univoca ma se mi paghi allora uno straccio di risposta la troviamo. Un buon esercizio potrebbe essere quello di mostrarsi versatile nel senso di non fossilizzarsi sul sistema di competenze che col tempo hai allenato e per il quale hai finito per metterci la faccia investendo tutto il tuo misero gruzzoletto di reputazione.  Altro aspetto è quello di continuare a cercare all’interno delle Organizzazioni quelle enclavi, per lo più invisibili agli occhi, in cui viene praticata la gentilezza prima che questa debordi in finzione.

Se ne parla tanto, a volte a sproposito, come se la panacea di tutti i mali fosse un’applicazione diffusa di una leaderhip gentile. Più spesso, se non suffragata da fatti concreti, la leadership gentile diventa il paravento dietro il quale nascondersi, il tappeto sotto il quale nascondere la polvere. Insomma, per farla breve, l’archetipo del Leader o del Follower praticone che si adopera come un dannato per fare delle attività il cui fine ultimo non è la creazione del mondo non è più rappresentativo di un certo modo di fare impresa. Bisogna volare più alto, occorre che le Azioni che quotidianamente mettiamo in campo abbiano una finalità trasformativa, appannaggio ahimè di una sparuta minoranza di illuminati.

Come vorremmo essere ricordati un domani? E’ una domanda che ogni tanto dovremmo criticamente porci e porre alle persone che interagiscono con noi. Ad esempio come quelli che fanno le cose o che hanno contribuito a cambiarle? O magari l’obiettivo è solo quello di essere dimenticati fino a sparire in una nuvola di indifferenza? Se non riusciamo a fornire delle risposte a questi interrogativi  vuol dire che il nostro ruolo sociale all’interno dei contesti organizzati rimane imprigionato nella precarietà e per tale motivo viviamo la frustrazione nel dipendere totalmente dalle altrui scelte. Ci scopriamo inespressi alla stessa stregua del nostro potenziale ma quello che ci ferisce di più e ci scopre indifesi è che non siamo più in grado di distinguere la verità dalla finzione così perdiamo la fiducia, negli altri e a volte in noi stessi.

Alcuni, capita anche a me, si rifugiano tra le pagine di un libro alla ricerca di qualche certezza a buon mercato. I più fortunati la trovano aprendo una pagina a caso. E poi scendono alla prossima fermata.

Finzioni di Jorge L. Borges

 

“La cosa certa è che viviamo rimandando tutto ciò che può essere rimandato; forse tutti sappiamo nel profondo che siamo immortali e che prima o poi, ogni uomo farà ogni cosa e saprà tutto.“

Jorge Luis Borges, Finzioni

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Questo articolo è offerto da:

Giovanni Di Muoio
HR Business Partner presso BNL gruppo BNP PARIBAS
Giovanni Di Muoio, esperto di Narrazione d’Impresa, ha maturato una lunga e consolidata esperienza in ambito HR. Attualmente ricopre il ruolo di HR Business Partner in BNL ‒ Gruppo BNP Paribas, in precedenza ha lavorato in SIAE e come libero professionista. Ha collaborato con diverse testate su tematiche HR e ha pubblicato cinque libri di Narrativa. Specializzato in Short Stories ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua attività di scrittore

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