La formazione come ruolo chiave nella lotta alla disoccupazione

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La formazione come ruolo chiave nella lotta alla disoccupazione

Analisi sui dati della disoccupazione in Italia con focus sulla particolare difficoltà dei giovani nell’inserimento del mercato lavorativo ed analisi della formazione con il suo ruolo chiave per combattere questo fenomeno della disoccupazione. Si è dimostrato come gli interventi formativi creano attraction del candidato nell’intero processo di selezione poiché la risorsa è vista come molto più appetibile essendo formata anche da un punto di vista tecnologico e che quindi si arriva al fil-rouge dell’intervento formativo: creare posti di lavoro. Infine un excursus sulla panoramica italiana delle politiche attive del lavoro, analizzando come è dagli anni ’70 che l’Italia investe in politiche di formazione professionale.

di Errico Mazzoni

Uno dei problemi più attuali ed incalzanti nella società italiana è rappresentato dall’enorme tasso di disoccupazione che si attesta, secondo i dati Istat, al 20% fino ad arrivare a cifre altissime per quanto riguarda la disoccupazione giovanile e cioè al 30%.

Questi dati sono terribilmente nefasti, se si considera il periodo attuale pandemico dove il blocco dei licenziamenti tiene a galla un sistema occupazionale abbastanza malconcio che ha visto perdere un milione di posti di lavoro nell’anno della pandemia Covid19 e che probabilmente ne vedrà altri persi se gli ammortizzatori sociali tarderanno a giungere in maniera massiva come spesso ha annunciato il Governo.

Queste ferite date dalla pandemia fanno si che il numero di occupati è sceso di 945 mila unità nel confronto tra febbraio 2021 e 2020 e sempre secondo dati Istat con l’aggravante della crescita di oltre 700 mila inattivi, ovvero coloro che non hanno occupazione né la cercano.

Sono dati che sottolineano il forte momento di crisi occupazionale che viviamo, attenuato solamente dal blocco dei licenziamenti, una misura adottata dal governo per mettere un freno a questo “dissanguamento” sociale che colpisce questa elevata offerta di lavoro spesso delusa dalla poca domanda e spesso evasa da contratti di lavoro a termine.

In sostanza nel nostro Paese un giovane su tre ed una persona su quattro non lavorano o hanno smesso di cercarlo. Si trovano quindi, loro malgrado, escluse da processi inclusivi sociali dal poter contribuire a creare benessere per la società e dal sentirsi anche liberi economicamente nel progredire per acquisire un’indipendenza definitiva propria. 

Un quarto della forza lavoro italiana non riesce ad esprimere uno dei principi cardine su cui si fonda la nostra Costituzione, ed ovviamente l’avvento di questa pandemia di Covid19 non ha fatto che peggiorare le cose accentuando una precarietà sociale che oserei definire invalidante per il Paese.  

In questa immensa difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro da parte dei giovani, si è aggiunto un fortissimo gap di competenze: in percentuali oltre il 50% in Matematica o nelle Lingue, materie in cui non vi è sempre una preparazione capillare peggiorata sicuramente dai problemi riscontrati con la frequenza a distanza.

Fonti autorevoli come i dati dell’Istat hanno stimato che circa tre milioni di studenti nella fascia 6-17 anni hanno avuto difficoltà a seguire le lezioni in dad, situazione peggiorata di netto al Sud dove la percentuale cresce vertiginosamente al 20%.

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Da sempre il lavoro è un insieme di competenze, siano esse manuali od intellettuali. Come si maturano se non vi è un adeguata preparazione?

Per creare una filiera professionalizzante che risponda in maniere energica alla crisi del mercato del lavoro, per colmare spesso i vuoti nel background del giovane, ci sono misure ad hoc di politiche Attive del Lavoro.

Una di queste consiste proprio nei corsi di formazione post diploma per una formazione orientata verso una manualità più pratica, oppure i corsi di formazione post laurea per consolidare un percorso di studi aventi tutti come fil rouge  i medesimi fini: trovare uno sbocco occupazionale, formarsi in maniera seria, precisa e spendibile per le aziende in primis, e successivamente praticare gli apprendimenti (siano essi manuali od intellettuali) in tirocini formativi di inserimento al lavoro, quindi una formazione didattica nel pre ed una formazione on the job in contesti di training.

A tal proposito, il programma nazionale Garanzia Giovani, che sebbene abbia avuto qualche momento di difficoltà, ripartirà con una seconda fase con una moltitudine di risorse impiegate per l’erogazione di varie misure che vanno dalla formazione al tirocinio. 

Un basso titolo di studio e la ricerca di un primo sbocco occupazionale sono caratteristiche che spesso riducono la probabilità di trovare lavoro e il successo lavorativo.

Fondamentale quindi è il target di questi percorsi di formazione: assume primaria rilevanza nell’ambito delle politiche attive del lavoro capirne le peculiarità dei beneficiari.

Ovviamente un candidato formato è un candidato appetibile per le aziende, ed un candidato formato, nell’affrontare un processo di selezione, ha più chance di proseguire nell’iter rispetto ad un candidato che ovviamente non possiede una maggior capacità di specializzazione.

Un candidato in linea ovviamente che ha frequentato un corso di formazione e che quindi risulta già “formato” mediante apposita modulistica che ne attesti la certificazione, risulta più appetibile e quindi di conseguenza può creare più celermente il placement poiché: ci si continua a formare per fare al meglio ciò che già si compie, per affinare determinate mansioni o per accrescere determinate hard/soft skills, ci si reinventa nel mondo del lavoro acquisendo o scoprendo nuove motivazioni ed interessi, ed infine si possono trovare nuovi sbocchi ed opportunità anche più gratificanti rispetto alle precedenti. 

In conclusione vorrei sottolineare come in Italia da sempre si è investito e si investe nella formazione.

Sappiamo che le politiche formative si sono sviluppate negli anni ’70 in Italia e negli altri Paesi occidentali in seguito ad esigenze reali e soprattutto con una forte tendenza dell’industria ad avanzare con la tecnologia, che richiedeva sempre più spesso personale adeguato al ruolo.

Avvertendosi questa esigenza ancora di forte attualità nel cercare di creare il perfetto match tra lavoratore ed azienda, si è favorito lo sviluppo di politiche del lavoro attive inclusive, di misure a favore della formazione professionale, con l’obiettivo di incrementare i livelli di qualificazione o riqualificazione della popolazione per far fronte a tutti i mutevoli cambiamenti di richieste di personale, di risorse, di figure in azienda, e specularmente creare un maggior inserimento lavorativo. 

 

Questo articolo è offerto da:

Errico Mazzoni
Classe 1989, barese doc, ho una laurea in legge ed un master in Management delle risorse umane. Ho sviluppato il mio background in agenzie per il lavoro dal contesto multinazionale, specializzandomi in ricerca e selezione di personale qualificato settore office ed industrial ed in politiche attive del lavoro.

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