autorità

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II concetto di Autorità

Poteri direttivi e funzioni di comando

La vera autorità è una mescolanza armonica di tre aspetti fondamentali con i quali, in pratica, si manifestano le funzioni di comando

di PreventiviHR.it

Tra le diverse definizioni che si possono trovare sui vocabolari in merito al concetto di autorità, quasi tutte concordano, seppure con parole diverse, questa interpretazione: posizione di chi è investito di poteri direttivi e funzioni di comando.

Avere autorità, quindi, equivale ad avere il potere necessario per esercitare il comando.

E’ ovvio che il vocabolario, non essendo né un trattato di sociologia né uno di organizzazione aziendale, non fa menzione di un altro elemento, che, pure, rientra di diritto nel quadro dell’autorità, e cioè la competenza di chi la esercita.

Questo terzo elemento, tuttavia, non mancherà di venire in primo piano come conseguenza di un’analisi più approfondita dei due elementi basilari insiti nel concetto di autorità: poteri direttivi e funzioni di comando.

Poteri direttivi

I poteri direttivi scaturiscono dall’attribuzione, da parte di un ente superiore (la Direzione aziendale, per esempio), della facoltà, cioè, di pretendere dai propri subordinati l’adozione di un comportamento desiderato o la cancellazione di un comportamento non desiderato.

Funzioni di comando

Le funzioni di comando invece, chiamano direttamente in causa la competenza (o la mancanza di essa), in quanto implicano la capacità (o l’incapacità) di creare le circostanze adatte a trasformare in fatto concreto e operante la facoltà di cui sopra.

Va sottolineato, tuttavia, che chiunque lavori in un contesto organizzato non tarderà ad accorgersene, che può esservi autorità senza competenza e competenza senza autorità. Si tratta di una precisazione che apparirà più chiara approfondendo i tre aspetti che l’autorità può assumere in pratica:

  • autorità posizionale;
  • autorità sapienziale;
  • autorità carismatica;

Sono molto semplicemente tre modi di esercitare l’autorità, spesso utilizzati alternativamente tra loro, con notevoli ripercussioni sull’effettivo raggiungimento degli obietti che colui che la esercita si propone.

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Autorità posizionale

L’autorità posizionale è quella che deriva dalla posizione occupata nell’impresa da chi la esercita. La misura di questa autorità cambia con il cambiare dell’impresa e delle posizioni in organigramma.

Per quel che concerne l’impresa, la misura di autorità delegata varia in proporzione alla disponibilità a delegare.

Per quel che concerne la posizione in organigramma, la misura varia con il variare della complessità dell’organigramma stesso.

Rispetto all’autorità posizionale, si è soliti dire che: il capo è il capo perché occupa la posizione di capo (quindi, anche a prescindere dalle sue capacità e competenza).

Spesso il titolare di questo tipo di autorità commette l’errore di ritenere superata ormai ogni difficoltà. Egli trascura il fatto che l’impresa può attribuirgli l’autorità, ma non può imporre ai subordinati di accettarlo supinamente come capo. Questi, al di là e al di fuori dei tradizionali meccanismi di punizione-ricompensa, per venire accettato come tale deve dimostrare di esserlo effettivamente. Fin troppo spesso, invece, si ritiene che basti ricevere l’investitura di capo per diventare e per essere ritenuto tale. Il che, altrettanto spesso, non è vero.

Autorità sapienziale

L’autorità sapienziale è quella che scaturisce dal bagaglio culturale di chi la esercita. Ciò vuol dire che, in una struttura aziendale, i dipendenti possono riconoscere una certa misura di autorità anche da qualcuno che non ha quella posizionale. Spesso, viene riconosciuta ad un collega più esperto o, a volte, addirittura a qualcuno che è esterno alla struttura, ma che viene ritenuto in grado di influire in qualche modo sulla struttura stessa (un consulente esterno, per esempio).

Rispetto all’autorità sapienziale, si è soliti dire che: il capo è il capo perché sa.

All’ombra di questo tipo di autorità si sviluppa spesso la cosiddetta struttura informale, cioè una rete di interdipendenze collaterale a quella formale, stabilita dalla gerarchia aziendale. Il riferimento, cioè, non è più esclusivamente il capo posizionale, ma può diventarlo anche il capo sapienziale.

Autorità carismatica

L’autorità carismatica è quella che scaturisce dal carisma, dal fascino, dalla carica umana del singolo. E’ l’autorità dei conquistatori, dei trascinatori di popoli.

In questa prospettiva, infatti, si è soliti dire che: il capo è il capo e nessuno sa perché.

Non è tuttavia pensabile che il capo, qualunque sia il suo livello, possa essere tale senza un certo carisma. Quasi tutti hanno nel loro passato lavorativo un capo con il quale è stato più entusiasmante lavorare, un capo per il quale non si è badato a sforzi ne orari.

Il concetto di Autorità

E’ ovvio, quindi, che la vera autorità è una mescolanza armonica dei tre aspetti esaminati.

L’autorità posizionale è importante, perché, oltre ad implicare, come si sa, una certa misura di responsabilità, consente anche l’impiego e l’allocazione di quelle risorse in assenza delle quali il raggiungimento degli obiettivi sarebbe impossibile.

L’autorità sapienziale è importante, perché implica che il capo sappia dove vuole andare e perché, avendo vagliato oggettivamente tutti i pro e tutti i contro di una data linea di azione.

L’autorità carismatica è importante per convincere i dubbiosi e per rafforzare i titubanti. Per chi occupa una posizione che gli consente di attuare con una certa libertà le proprie decisioni e che sa perché e come queste decisioni vanno implementate, è quasi implicito che abbia un certo carisma.

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