Il lavoro spiegato a chi non ce l’ha

 

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Il lavoro spiegato a chi non ce l’ha

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“Io penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa”  (Bertrand Russell)

di Giovanni Di Muoio

La domanda arrivò improvvisa e spiazzante. Non ebbi nemmeno il tempo di riflettere. Vedevo sullo schermo un numero indefinito di volti che mi guardavano e aspettavano una risposta. Avevo le cuffie ma nessun aiuto dalla regia. Ero solo e impreparato.

Una giovane ragazza, non avrà avuto nemmeno 25 anni, mi chiese “Cosa la colpisce, ma soprattutto cosa dobbiamo aspettarci nel momento in cui entriamo a far parte di un’Organizzazione?” Rimasi qualche secondo a riflettere fissando uno di quei pupazzetti che di solito rendono meno istituzionale la tua postazione di lavoro, nel mio caso, un ippopotamo blu sorridente. E risposi: Il silenzio.

Qualcuno mi guardò come fossi un alieno che ha parcheggiato la sua navicella in doppia fila, giusto il tempo di acquistare un Big Mac e mangiarlo nello spazio siderale al riparo da occhi umani e invadenti. Il silenzio – esclamai per la seconda volta –  quasi a voler ribadire il concetto rafforzandolo.

Uno immagina chissà quali scenari, una sorta di frenesia, fiumi di parole, riunioni interminabili, interazioni tra colleghi elevate alla massima potenza. E invece è il silenzio il vero protagonista.

La vita all’interno delle Organizzazioni possiamo immaginarla come una di quelle attrazioni da Luna Park, tipo la casa del mistero in cui appena entri hai come la sensazione di essere capitato in un luogo sinistro dove accadono cose che hanno dell’imponderabile.

Risate improvvise e subito dopo urla di disperazione. Poi dietro una piccola porta un’enorme ragnatela a proteggere uno dei tesori meglio custoditi che risponde al nome di passato. C’è addirittura un esercito che lo presidia e sono armati di tutto punto e addestrati al combattimento. In un’altra stanza ci sono delle persone disposte su due file in modo che ognuno possa vedere cosa fa l’altro. Se provi a guardare con attenzione ti accorgerai che sono la stessa persona in un gioco di specchi riflessi. Uno produce e l’altro distrugge e il risultato è che il tempo passa senza che accada nulla. Ci sono poi voragini profonde come abissi e salite ripidissime mentre cammini su un pavimento reso scivoloso dalla saliva dei questuanti, cerchi un appiglio, una spalla alla quale appoggiarti, ma ti scopri disperatamente solo. La salvezza è dietro l’angolo, premi un pulsante e ti ritrovi nel bel mezzo di un corso e-learning sull’equilibrismo che superi con agilità con tanto di attestato finale. Hai sempre creduto nel potere taumaturgico della Formazione fedele al principio che tutto è possibile, anche combattere la ritenzione idrica, occorre solo volontà e fiducia da iniettare come un antidoto alla noia.

Sono tutte metafore sulla vita o per meglio dire del percorso a ostacoli che dovrai affrontare per arrivare a un traguardo indefinito, sfuocato e che cambia di continuo man mano che ti avvicini all’obiettivo.

Il silenzio è sostanzialmente una forma di difesa un po’ come la timidezza. Scrivi una mail e ti sembrerà di aver tolto i peccati dal mondo, non c’è migliore sbiancante per l’anima. Cronometri il tempo di chi dovrà risponderti e ti consumi nell’attesa. Tutto questo avviene generalmente in silenzio, i più disturbati scrivono e ripetono ad alta voce le parole appena digitate in una sorta di buffo contraddittorio con se stessi espressione di profonda insicurezza.

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Ma se per caso ti capiterà di dividere la stanza con altre 29 persone dovrai adeguarti alle esigenze del gruppo. E il gruppo ha le fattezze di un branco di lupi inferociti che ti sbarra ogni via di fuga. Non è fame la loro e nemmeno voglia di qualcosa di buono, è il semplice desiderio di annientarti. Il solo modo che hai per esistere è resistere e lo fai utilizzando il silenzio che diventa una corazza, nel dubbio meglio non parlare. Ci avevi creduto. Pensavi di poter cambiare il mondo e invece sei cambiato tu.

Spesso l’errore che si commette durante il processo di selezione è quello di ragionare per Gap nel senso che in presenza di una vacancy in quella posizione ci si adopera per cercare un sostituto. Prima di rivolgerti all’esterno provi a fare un timido tentativo per capire se la soluzione al tuo problema ce l’hai dentro, al tuo interno, ma è proprio in quel momento che prendi consapevolezza di essere circondato da un numero spropositato di talenti.

Come hai fatto a non accorgertene prima? Stai invecchiando e anche male, il tuo limite è probabilmente una visione troppo romantica delle dinamiche lavorative, forse anche tu sei una vittima del cambiamento e questa tua resistenza appare del tutto ingiustificata. Dovresti ammettere tutti i tuoi sbagli, anche quelli che non hai commesso e dichiararti infine pentito magari solo per poter beneficiare di un programma di protezione. Hai delle colpe evidenti, erano tanti, troppi forse, e alla fine hai finito per non vederli più. Tutti talenti e quindi nessun talento.

A tua parziale discolpa occorre sottolineare la loro straordinaria capacità di mimetizzarsi per anni dietro rendite di posizione complice un certo atteggiamento utilitaristico del capo di turno che li ha in carico. Un esercito silenzioso di indispensabili per vocazione più che per necessità. Le buone intenzioni rimangono così ingessate e non resta che selezionare qualche nuovo fenomeno da inserire in quell’ingranaggio.

La verità è che ancora spesso si assumono persone (molto poche) con la convinzione di poter essere d’aiuto là dove si è acceso il lampeggiante rosso. Persone con un’alta execution ma che non contribuiscono a cambiare il sistema e questo può significare tante cose tranne che ci troviamo di fronte a un talento. Il paradosso è che le persone apprendono, quelle giovani ancora di più, ma le Organizzazioni no, sono più lente, hanno tempi di reazione diversi e questa asimmetria genera cultura distorsiva.

Oggi assumiamo persone alle quali non siamo in grado di dire quale lavoro faranno nei prossimi cinque anni perché non lo sappiamo nemmeno noi. E ci incartiamo quando ci chiedono di disegnare percorsi di sviluppo coerenti con il loro, ad esempio, percorso di studio o nel migliore dei casi delle loro esperienze pregresse. Il vero tema è che domande del genere, se le contestualizziamo al periodo che viviamo, sembrano del tutto fuori luogo. E dobbiamo avere il coraggio di dirlo, non è questo il talento che cerchiamo. Meglio un silenzio d’autore e la capacità creativa di immaginare l’evoluzione di quella pagina bianca che rappresenta il primo giorno di lavoro.

Noi oggi non siamo in grado di garantirti quello tu vuoi sentirti dire ma ci piace l’idea di quelli che sfidano il gigante con la fionda e lo abbattono. Sei tu il principale artefice del tuo sviluppo e le variabili sono numerose così come gli imprevisti ma l’alternativa è quella di vedere per la ventesima volta lo stesso film e penso che come prospettiva non sia proprio il massimo.

Temo di non aver risposto alla domanda ma parlare di lavoro a chi un lavoro non ce l’ha o semplicemente se lo immagina richiede uno sforzo notevole. Questo perché il lavoro, a pensarci bene come sottolinea il Prof. De Masi, è vittima del suo stesso paradosso: “Chi non ce l’ha lo desidera e chi ce l’ha vorrebbe smetterlo o ridurlo o cambiarlo”. Difficile venirne a capo.

Ci sono altre domande?

 

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Giovanni Di Muoio
HR Business Partner presso BNL gruppo BNP PARIBAS
Giovanni Di Muoio, esperto di Narrazione d’Impresa, ha maturato una lunga e consolidata esperienza in ambito HR. Attualmente ricopre il ruolo di HR Business Partner in BNL ‒ Gruppo BNP Paribas, in precedenza ha lavorato in SIAE e come libero professionista. Ha collaborato con diverse testate su tematiche HR e ha pubblicato cinque libri di Narrativa. Specializzato in Short Stories ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua attività di scrittore