Il mercato del tempo

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Il mercato del tempo

a cura di Giovanni Di Muoio

“E’ il meccanismo ottuso di un orologio falsoamericano
che misura il tempo e il tempo non c’è più
ma fermava il tempo se passavi tu”
Ivano Fossati – L’orologio Americano

Alla bellezza pensiamo così poco ma soprattutto facciamo fatica a riconoscerla. Spesso si nasconde nelle pieghe della vita, in certi angoli bui, negli occhi spenti di chi non riesce a dare voce ai propri sogni. Preferiamo tenerla a distanza.

Siamo misurati ma non nel senso letterale del termine, quello del gufo che se ne sta appollaiato sulla nostra spalla a controllare quello che facciamo, quanto facciamo trascurando sistematicamente il come. No. Misurati nel senso che dovendo scegliere preferiamo una versione misurata di noi stessi. Nel dubbio restiamo immobili, riflettiamo, o più semplicemente osserviamo cosa fanno gli altri prima di esprimere la nostra opinione.

Siamo così attenti agli equilibri che potremmo essere scambiati per fenicotteri in bilico su una gamba sola. A fregarci è il portamento o meglio la grazia. Che non ci appartiene.

Ero al cinema qualche tempo fa. Davano appunto “La grazia” di Paolo Sorrentino. Buona parte delle cose che cercherò di argomentare in queste righe orfane di intelligenza artificiale (dovrete ahimè accontentarvi della mia) le ho ritrovate nel film.

Spoileriamo un po’, siete ancora in tempo a fare dell’altro.

La misura del Presidente per esempio. Uomo rigoroso, refrattario, solido. Nell’ambiente viene soprannominato Cemento Armato. Come tutte le figure istituzionali si caratterizza per equilibrio e quando parliamo di equilibrio ci salta agli occhi l’immagine di una corda tesa sulla quale provare a camminare stando attenti a non inciampare.

La prospettiva di vivere un’intera vita giocando di rimessa, evitando sistematicamente di prendere l’iniziativa, chiediamoci nel tempo quanto sia sostenibile, qual è il costo emotivo che siamo in sostanza disposti a sostenere.

Poi succede una cosa che ci sconvolge, che arriva improvvisa come uno schiaffo in faccia in mezzo alla folla ed è una domanda, una di quelle alle quali non abbiamo mai pensato ovvero “di chi sono i nostri giorni?”.

Sembra un ossimoro, una contraddizione in termini, verrebbe naturale rispondere sono nostri. E invece no. Ci appartengono così poco.

Ci scivolano accanto e diventiamo spettatori della nostra vita ma senza quel compiacimento che si materializza quando qualcosa di bello accade e al quale non eravamo preparati, non ce l’aspettavamo.

Fateci caso, le cose belle succedono quando pensiamo ad altro o siamo impegnati a fare altro come affermava John Lennon nella sua visione panteistica quando parlava della vita e non solo delle cose belle.

Ma non riusciamo a fermarlo quel distillato di bellezza, troppo sfuggente, etereo. È passato solo un attimo ma la nostalgia ci rimane addosso e non se ne va più.

Siamo il tempo che se ne va senza di noi.

E allora chiediamoci a cosa serve tutto quell’essere misurati, quella postura attendista che non ci conduce da nessuna parte e ci fa rimanere incollati a quella mattonella con la paura di fare quel passo in più verso un’idea di libertà.

Non possiamo definirci completamente liberi se non siamo padroni del nostro tempo.

Le dinamiche organizzative, anche le più all’apparenza audaci, si muovono su binari di assoluta prevedibilità. Manca il pathos, la curiosità di scoprire chi è l’assassino, e mentre tutti cercano affannosamente di rincorrere la prestazione non si accorgono che quello che realmente ha un valore e per questo viene giustamente remunerato è il tempo.

Si è modificato un caposaldo ovvero il sinallagma contrattuale che non è più il semplice corrispettivo nei confronti di una prestazione effettuata ma la remunerazione del tempo che sto utilizzando per far sì che quella prestazione non sia solo fine a sé stessa ma si caratterizzi per produrre una certa utilità, potremmo anche definirlo valore aggiunto se vi fa stare più sereni (a me no).

Ecco che il tempo diventa oggi la risorsa più preziosa, oggetto di estenuanti negoziazioni e trattative.

Capita a chi si trova a dover decidere su una determinata offerta di lavoro e chiede, anzi, pretende una flessibilità spinta.

Considerato che del mercato abbiamo un’idea tendenzialmente confusa, lo immaginiamo come un qualcosa di estremamente complesso, ci sfugge un particolare semplicissimo, qualcosa che si studia nelle prime pagine di un qualsivoglia manuale di economia politica ovvero che il mercato è adattivo.

In sostanza possiamo scegliere di mantenere la nostra posizione come atto estremo di coerenza ma se tutti gli altri offrono il valore o meglio l’esperienza della flessibilità la domanda si posizionerà in quella direzione e a noi non resta che lo spietato ciaone del candidato.

La stessa dinamica la vive chi è in procinto di uscire consapevole che avendo vissuto una vita da criceto più che da mediano trova coerente che qualcuno si rivolga a lui utilizzando il termine ultima corsa.

Lì l’elemento soggettivo è più evidente e incide indiscutibilmente sulla scelta finale ma chi decide lo fa anche nella consapevolezza di rinunciare a una parte tangibile della propria remunerazione per riappropriarsi del proprio tempo.

In mezzo ci siamo noi.

Ovvero quelli che non essendo nativi digitali sono cresciuti dentro modelli in cui erano codificati e tangibili obiettivi e tempi e tutto il nostro agire si è sviluppato applicando quell’equazione il cui fine ultimo era il raggiungimento di un agognato traguardo somigliante a un percorso minato dove si assiste al paradosso che a vincere non è il più bravo ma quello che riesce a sopravvivere a tutto questo.

Colonna sonora perfetta il ticchettio nevrastenico della variabile tempo dove il sistema premiante era rappresentato da un extrabonus sotto forma di lavoro straordinario.

Che cosa sta accadendo adesso?

Una cosa tutto sommato semplice che non dovrebbe sorprenderci più di tanto atteso che sono decenni che se ne parla e che viene declinata in tutte le sue sfumature ansiogene.

La tecnologia con le sue continue evoluzioni ci sta dicendo che quello che abbiamo fatto fino a ieri possiamo farlo oggi in modo diverso e soprattutto in molto meno tempo. Rivoluzione. E paura.

Paura di non servire più, paura di non saper utilizzare il tempo che abbiamo risparmiato che non è solo tempo lavorativo/produttivo ma tempo di apprendimento che produce risultati, forse, più in là, in un tempo imprecisato. Tutto da dimostrare, of course.

Fervono dunque i preparativi, sembriamo tutti molto affannati nel cercare soluzioni ma tutte hanno il fine ultimo di ripristinare le cose per come erano non per quello che sono diventate ora.

In sostanza risposte vecchie a problemi nuovi. Loop.

Il rischio è quello di incartarsi.

È difficile organizzare il lavoro, in realtà lo è sempre stato ma oggi forse lo è un po’ di più perché per quanto facciamo finta di ignorarlo il tempo cambia cose, persone e organizzazioni, le smonta, tutto si scopre obsoleto, barocco, pesante. Come l’eloquio di certi soloni che si producono nel repertorio che li ha resi famosi: l’ovvietà.

Sull’altro versante facciamo tutti una fatica bestiale a convincere le persone che devono necessariamente adattarsi, mettersi in gioco, fare altro. Tranquilli, convincere noi stessi è ancora più complesso.

Qualcuno inevitabilmente si perde ed è una sconfitta per tutti.

Sapete qual è la cosa che ha prodotto il maggior numero di danni? La percezione. Quella sequela di inutili “secondo me” poggiati sul niente che ha disorientato le organizzazioni e le persone che le abitano.

Un vero leader, qui non parliamo di manager (meglio il silenzio) ma di leader, dovrebbe quotidianamente interrogarsi su questo ovvero se quel “secondo me” sta producendo uno sfilacciamento emotivo dei propri follower che si traduce in diffidenza.

A proposito di diffidenza. Nel film c’è una scena che probabilmente passa sotto traccia ma è forse il manifesto più vero di un certo modo di affrontare le cose. Farsi un’idea. Proviamo a riempirla di significato ma soprattutto chiediamoci come si arriva a costruire un’opinione.

Qualcuno, ad un certo punto, suggerisce al Presidente di leggersi un fascicolo per farsi un’idea sulla persona oggetto di discussione. Lui, uomo di legge, abituato a sguazzare tra le carte decide che il modo più corretto di farsi un’idea è quella di incontrare quella persona e affrontare il viaggio che lo separa da lui.

Perché, testuali parole, le carte non parlano ma le persone sì. Ciò che fa la differenza rimane la prossimità, la relazione diretta. E in questo viaggio verso la meta c’è un moto di ribellione, qualcosa di innaturale ma che alla fine pacifica.

Lo so cosa stai pensando tu disfattista seriale mentre leggi queste righe. Pensi a tutte le volte in cui non hai rispettato il protocollo e la cosa buffa è che le ricordi tutte, nitidamente, le ricordi perché sono pochissime, si contano sulle dita di una mano.

Mentre hai perso il conto di tutte le volte che ti sei conformato, che hai fatto qualcosa non perché era giusto ma perché era scritto così, perché tutti hanno sempre fatto così. Perché è così che si diventa dei bravi cittadini dentro le organizzazioni, perché è così che cerchiamo di allontanare il tempo cercando di farlo rimanere dietro la porta ma con risultati modesti.

Perché – come direbbe Ivano Fossati – “è così che la gente vive, è questo che la gente fa, perché è così che ci si insegue, per un morso d’immortalità”.

Vince sempre lui, il tempo, arriva solo al traguardo e noi dietro ad arrancare.

Qualcuno potrebbe obiettare che alla fine è importante vivere il presente, il qui e ora, ma è una di quelle espressioni vuote e indefinite, come possono esserlo “l’opinione pubblica”, “il legislatore”, “la nomenclatura”.

Willie Peyote, finissimo pensatore che se ne avete voglia e se vi fa piacere potremmo accomunare a giganti del pensiero contemporaneo come Edgar Morin o Jaques Lacan, in una sua canzone (perché di questo stiamo parlando, il titolo è <Quando nessuno ti vede> ndr) ci pone un interrogativo interessante ovvero “Chi siamo quando nessuno ci vede?”.

E varrebbe la pena porsela ogni tanto una domanda del genere. Chi siamo veramente quando non siamo quello che facciamo per dovere? Siamo la stessa persona o viviamo con una certa abilità da acrobati la nostra seconda vita?

Nel film questa dimensione privata gareggia con quella pubblica e tutta la prepotenza di cui è capace lo stupore riporta la figura del Presidente a quello di un umanissimo e per questo fragile uomo divorato dai dubbi che lo hanno accompagnato per tutta la vita, una vita che nonostante tutto rimane irrisolta perché è proprio quando nessuno lo vede che i tormenti diventano così manifesti.

Potremmo dire che il re si scopre nudo ma nessuno ha il coraggio di dirglielo e invece c’è sempre uno, uno soltanto, che riesce a fare breccia in quella cortina di cemento, qualcuno che lo conosce bene o semplicemente ha il fiuto di intuirne l’ampiezza.

L’antitesi della percezione a pensarci. Con i “mi pare” non si va da nessuna parte, segnatevelo.

Ci sono dialoghi che si sviluppano attraverso i silenzi. Più si è avari di parole e più lo sforzo di capire l’altro diventa premiante. Dovremmo ricordarlo a chi dice di occuparsi di persone.

Ecco il colloquio che toglie i peccati dal mondo e aggiunge una stanghetta nel libro mastro come fanno i detenuti sui muri scrostati delle loro celle.

La verità è che non abbiamo bisogno di colloqui ma di contatto, dell’esperienza tattile per entrare in sintonia profonda con l’altro, è lì che si gioca la partita, senza leggere lo spartito, imparando a memoria il linguaggio dei sogni.

Riscoprire il piacere del fare perché quel gesto produce bellezza che viene prima ancora del dovere.

Tutti noi abbiamo più significati come accade a certe parole che utilizziamo per affermare cose diverse. La parola grazia è una di quelle.

Possiamo farle indossare il vestito più elegante e diventa qualcosa che esalta la bellezza. Quando ad esempio affermiamo che quella donna (o quell’uomo) ha una grazia innata la idealizziamo fino a trasformarla in modello.

Ma la grazia sta a significare anche perdono, un atto compassionevole che redime il colpevole. Perdonare chi vive nell’attesa che qualcosa accada e quel qualcosa ha per lui un’utilità marginale spropositata mentre per altri è un gesto semplice come siglare un foglio con le iniziali del proprio nome.

Non ci viene naturale perdonare, per niente, facciamo una fatica enorme e uno dei principali motivi è questa continua competizione che tutti negano idealizzando il culto della grande famiglia (orrore) ma che tutti agiamo e quando succede che qualcuno sembra primeggiare ce la leghiamo al dito aspettando il momento giusto per colpire.

Nel film giganteggia la figura di una vecchia amica del Presidente. È l’unica che può permettersi certe ruvide confidenze. Il loro è un rapporto strano, ambiguo, che affonda le radici nel periodo della giovinezza quando la bellezza monopolizzava tutto il resto e dove la custodia di un segreto cementava la loro amicizia.

Periodicamente il Presidente cerca di estorcere quel segreto e lo fa attraverso il silenzio e certi sguardi che parlano più di mille parole.

La risposta è una di quelle che facciamo fatica a comprendere, figuriamoci a sdoganare dentro la liturgia delle organizzazioni. “Non mi rompere il ca__o”. Detto proprio così, crudo, brutale, aggressivo.

E quella risposta ci dice molto, non va giudicata, va compresa e contestualizzata. Ogni tanto ce lo meritiamo un “non mi rompere il ca__o”, ci riporta a terra, tra gli umani.

Un leader dovrebbe essere quasi orgoglioso di riceverlo perché significa che quella relazione ha smosso qualcosa, l’ha resa più autentica.

Ora da qui a tollerare certi comportamenti ce ne passa ma il tema del contraddittorio rimane necessario e oggi è forse il grande assente nelle dinamiche organizzative.

Nel mercato del tempo non sappiamo mai cosa scegliere, se affidarci all’intuito o a chi con maestria riesce a vendercelo bene. Venderci una cosa che è già nostra. Ci vuole abilità. E una certa dose d’incoscienza.

***

Citazioni e riferimenti:
Paolo Sorrentino (regista), La grazia (2025): Film sul Presidente “Cemento Armato”.
Willie Peyote (rapper), “Quando nessuno ti vede” (da Iodegradabile, 2019): Autenticità nascosta.
Ivano Fossati (cantautore), “L’orologio americano” (da Macramè, Columbia, 1996): Tempo illusorio.
John Lennon (musicista), “Life is what happens…” (da Beautiful Boy, 1980): Imprevisti belli.
Jacques Lacan (psicoanalista francese, 1901-1981): Inconscio strutturato come linguaggio.
Edgar Morin (filosofo francese, 1921), La sfida della complessità (2024): Caos organizzativo.

 

Articolo di Giovanni Di Muoio – Guest Blogger di RisorseUmane-HR.it

 

Giovanni Di Muoio
HR Business Partner presso BNL gruppo BNP PARIBAS
Giovanni Di Muoio, esperto di Narrazione d’Impresa, ha maturato una lunga e consolidata esperienza in ambito HR. Attualmente ricopre il ruolo di HR Business Partner in BNL ‒ Gruppo BNP Paribas, in precedenza ha lavorato in SIAE e come libero professionista. Ha collaborato con diverse testate su tematiche HR e ha pubblicato cinque libri di Narrativa. Specializzato in Short Stories ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua attività di scrittore

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