Formazione Esperienziale

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La formazione esperienziale

di Josefa Idem

Si dice spesso che sia utile portare in azienda i messaggi formativi attraverso la metafora dello sport. Ma quali sono questi messaggi? Il primo, di sicuro, ha a che fare con la disciplina. Senza questa, nello sport come nel lavoro, non si va da nessuna parte. Poi sono molto gettonati la capacità di risolvere problemi, di prendere decisioni, di collaborare con altre persone, di programmare e definire delle priorità. Che indubbiamente sono skill fondamentali anche per lavorare in azienda.

Oggi viviamo nell’epoca di grandi e repentini cambiamenti, dove si parla sempre più spesso di obsolescenza della conoscenza. Questo significa che una cosa che oggi so, tra sei mesi o un anno è già superata; questo mi pone di fronte alla necessità di imparare costantemente cose nuove.

Non basta più prepararsi per un lavoro preciso, ma bisogna prepararsi per reinventarsi in continuazione in nuovi lavori.

Vediamo questo concetto con la metafora sportiva, che dopo la partecipazione a otto edizioni olimpiche mi è più che familiare: lo sviluppo tecnologico, i nuovi avversarsi, i nuovi metodi d’allenamento, la necessità di nuove figure tecniche al proprio fianco e la capacità di sapersi continuamente auto-motivare, sono solo alcune delle variabili che gli sportivi devono saper padroneggiare nel corso della loro carriera. Lo sportivo professionista che punta sempre al massimo è ben consapevole di vivere in un perpetuo mutamento e di dover adattare le proprie skill di conseguenza.

Oggi, dopo una carriera lunga e costellata di successi e anche grazie ad una laurea e un master in psicologia, ho capito che l’allenamento al cambiamento è quello da cui le aziende non possono prescindere: è una delle vie maestre per aiutare i team a performare meglio. Partendo dalle mie esperienze – sportive e formative – ho compreso che occorre concepire nuovi metodi che integrino il lavoro frontale in aula con attività più interattive, come la scrittura autobiografica, il lavoro di gruppo, le sessioni di brainstorming e le attività outdoor (categoricamente a tema acqua, come il rafting e il dragon boat).

A mio parere, l’obiettivo deve essere quello di facilitare il lavoratore affinché raggiunga totale consapevolezza della propria motivazione e acquisisca gli strumenti per esprimere appieno il proprio potenziale. Per raggiungere questi obiettivi, faccio lavorare sull’autoconsapevolezza emozionale che diventa premessa per i bisogni formativi personali.

Esistono degli studi scientifici che ci aiutano a trovare le migliori metodologie e le migliori tecniche di insegnamento. In una normale didattica frontale, chi ascolta, dopo due settimane in media ricorda il 10% di quanto ha sentito, mentre con una didattica interattiva, supportata da uno storytelling coinvolgente (coadiuvato da filmati, audio e lavori di gruppo), chi apprende, dopo due settimane riesce a ricordare fino al 90% dei contenuti.

Poi c’è da considerare che le conoscenze acquisite sono da trasformare in competenze spendibili sul mercato del lavoro, che comporta un processo di apprendimento che richiede un deciso orientamento verso la formazione continua. Bisogna dimenticare la didattica passiva e passare a quella attiva che permette di immergersi nell’esperienza, non foss’altro perché l’attenzione, a causa delle continue distrazioni imputabili all’uso dei vari device, sta raggiungendo i minimi storici in termini di durata: non bisogna preoccuparsi soltanto di cosa vogliamo esprimere, ma anche di come vogliamo interfacciarci con chi ci ascolta. Ricordandosi che quanto più il processo di apprendimento è diretto e coinvolgente, tanto più diventa efficace e duraturo sull’asse del tempo. In questa ottica, gli sportivi (e in generale lo sport) costituiscono una risorsa preziosa.

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Cosa contraddistingue questo approccio di lavoro, basato sul coinvolgimento esperienziale, rispetto a quello di un motivational speaker? Anzitutto la durata. Il motivational speaker conclude il suo intervento in una o due ore, mentre una didattica che si fonda sul coinvolgimento attivo accompagna processi di apprendimento nel tempo. Inoltre, in un intervento a spot il racconto si può agganciare al massimo a due o tre situazioni aziendali standard, mentre in un approccio duraturo il dipendente vive un’esperienza in prima persona ed è accompagnato da un formatore che facilita i processi di messa a terra.

Stessa cosa vale per il formatore che predilige la modalità frontale, che racconta e somministra conoscenze senza occuparsi della trasformazione di queste conoscenze in skill vere e proprie. La differenza maggiore tra uno stile didattico che condanna il partecipante all’ascolto passivo e uno stile pratico e coinvolgente che include, appunto, la messa a terra, si articola nella contrapposizione tra dire cosa fare e fare cosa fare.

Grazie alla formazione che ho ricevuto attraverso lo sport, ma anche grazie a quanto ho imparato dai miei maestri, ritengo di gran lunga preferibile il metodo interattivo, coinvolgente, riflessivo ed esperienziale. Che – e non lo nego – richiede più impegno, ma allo stesso tempo garantisce più efficacia e durata.

Il mio storytelling non si basa su cose lette o sentite, ma sul mio vissuto, sulla mia storia personale. Spesso mi sono fatta guidare da altre persone e ne ho approfittato per imparare dagli altri, ma ancora più spesso mi sono dovuta “aiutare” da sola, interiorizzando in autonomia i concetti. Come il concetto di motivazione, che mi sono costruita da sola, imparando giorno dopo giorno cosa mi desse energia per impegnarmi di più e cosa invece me la togliesse. Inconsapevolmente ho assecondato delle istanze che si apprendono con la formazione. Sono una madrelingua dello sport che ha imparato la grammatica attraverso gli studi postumi.

Questo oggi mi permette di tenere corsi di formazione realmente efficaci e, mi sia concesso, unici: ho deciso di non “lasciare la festa” sull’onda delle emozioni generate da un mio speech in una convention, ma di usare queste emozioni e l’adrenalina che scaturisce dal mio storytelling per centrare in un corso strutturato la tripletta sapere – saper fare – saper essere.

Questo perché ho capito che non è possibile raggiungere risultati significativi attraverso contributi isolati di una o due ore, mentre attraverso corsi formativi esperienziali possiamo entrare in un’altra sfera, più profonda.

Con lo speaker vai al cinema, ti siedi, ascolti e ti lasci trasportare, mentre con il formatore come lo intendo io reciti un ruolo da protagonista e interiorizzi in autonomia gli obiettivi.

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Questo articolo è offerto da:

Josefa Idem
Psicologa dello sport, del lavoro e delle organizzazioni. HR Consultant and Motivational speaker. Formatrice Afru. Kayak World and Olympic Champion - Membro della community Workpleis

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