Ohana al lavoro team, empatia e cultura della cura in azienda

 

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Se Ohana significasse team… le aziende sarebbero pronte a non lasciare nessuno indietro?

A cura di Anna Lorenzini

C’era una volta un cartone animato che parlava di alieni, surf e legami un po’ sgangherati. Si chiamava Lilo & Stitch, ed è uno di quei film che ti restano appiccicati addosso, anche da grandi. Lo confesso: ogni volta che lo rivedo, piango.

Perché dentro quella storia strana e tenera ci sono emozioni vere, profonde. E anche qualche verità che riguarda il mondo del lavoro.
Perché – al di là delle risate, delle Hawaii e del disastro combinato da Stitch – lì dentro c’è una frase che ha il potere di farci riflettere anche oggi, in azienda:

Ohana significa famiglia. Famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato… o dimenticato.”

Ora, facciamo un piccolo salto.

E se ohana significasse team?

E se in azienda davvero nessuno dovesse essere abbandonato o dimenticato – né quando va tutto bene, né quando sbaglia? Pensiamoci un attimo.

Quante volte, sul lavoro, un collega viene lasciato solo con un problema troppo grande? O magari ignorato, perché non è tra i “più brillanti”?
E quante volte un errore viene trattato come una colpa da espiare, invece che come un’occasione per imparare?

Una vera squadra, se fosse ohana, sarebbe qualcosa di diverso. Un gruppo che si ferma, che ascolta, che si fa carico, anche quando è scomodo, anche quando non conviene.

Da risorsa a persona: la filosofia di Buber e Levinas in azienda

Il lavoro è relazione, non prestazione e qui la filosofia ci può aiutare a fare un salto di qualità.

Il filosofo Martin Buber parlava di due modi di stare al mondo: Io-Tu e Io-Esso. Nel primo, vediamo l’altro come una persona, viva, presente, unica, nel secondo, lo trattiamo come un oggetto da usare, giudicare o sostituire.

Purtroppo, tante dinamiche aziendali assomigliano più al secondo modello, per cui le “risorse umane” diventano numeri in un foglio Excel, presenze da ottimizzare, voci di costo. Ma se vogliamo davvero costruire una squadra che funzioni, dobbiamo cambiare sguardo: passare dal controllo alla cura, dall’efficienza alla relazione. Guardare l’altro e riconoscere: sei qui e io ci sono per te. E nessuno viene lasciato indietro.

Un altro filosofo, Emmanuel Levinas, ci ricorda che l’altro non è solo una presenza da accogliere, ma una responsabilità che mi riguarda, sempre, anche quando non ho colpa, anche quando l’altro è in difficoltà, in crisi, in ritardo. Immaginiamo cosa significherebbe applicare questo approccio in un team. Il team leader non più come chi assegna task, ma come chi si prende cura delle persone.

L’HR non solo come funzione tecnica, ma come luogo della relazione e il gruppo come qualcosa di vivo, non solo produttivo. 

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Un modo di lavorare: tra empatia, rigore e ascolto

È così che cerco di vivere anche il mio lavoro, ogni giorno. Dico sempre che lavoro con le persone e per le persone, non riesco a considerarle “risorse” da incasellare: vedo storie, fragilità, potenzialità. Cerco di ascoltare, comprendere, tenere insieme.

L’empatia non è debolezza, è il mio modo per fare spazio, per non lasciare nessuno indietro e non significa “lasciar correre”. Al contrario, significa esserci davvero. Essere presenti, attenti, precisi e pretendere il meglio, ma senza perdere di vista l’umano.

Tenere la rotta, anche quando le acque sono agitate. Chi lavora con me lo sa: non sono “troppo morbida”, ma so che si lavora meglio quando ci si sente visti, riconosciuti, accompagnati.
E che un buon lavoro nasce da un buon clima, non da un buon controllo.

Essere Ohana: una scelta culturale coraggiosa

Dunque, anche se non sempre è facile, continuo a credere che un’organizzazione umana, nel senso più profondo del termine, sia possibile. Siamo pronti?

Essere ohana sul lavoro non è solo un gesto gentile, è una scelta culturale profonda, che cambia il modo in cui valutiamo, ascoltiamo, comunichiamo, affrontiamo gli errori.

È un passo che richiede coraggio, anche una certa dose di disobbedienza alle logiche del “si è sempre fatto così”. In fondo, non si tratta di scegliere tra cura e rigore, si tratta di unirli in modo giusto.

Come in ogni relazione significativa, anche in azienda le relazioni non devono essere solo funzionali al risultato, ma devono tenere insieme ascolto e responsabilità, empatia e chiarezza, presenza umana e attenzione ai risultati, non basta “essere buoni”, né funziona “essere duri” a prescindere. Serve equilibrio tra l’umano e il professionale.

Essere empatici non significa rinunciare all’efficacia. Al contrario, una relazione di lavoro autentica si fonda sull’affidabilità, sulla coerenza, sulla capacità di dare riscontri sinceri, anche quando non sono comodi. Significa non lasciare in sospeso problemi o incomprensioni, affrontare le difficoltà con chiarezza e rispetto. Vuol dire rispettare tempi, ruoli e obiettivi senza perdere di vista la persona che abbiamo davanti, senza mai sacrificare la dignità o il riconoscimento dell’altro in nome della performance.

E chi ci prova – davvero – scopre una cosa potente: che i team più forti non sono quelli con i migliori CV, ma quelli dove nessuno ha paura di essere se stesso né di esprimersi.

E magari, ogni tanto, anche chi sembra venuto da un altro pianeta trova finalmente il suo posto.
Perché in fondo, siamo tutti un po’ Stitch.

***

Questo articolo è offerto da:

Anna Lorenzini
Per oltre 20 anni ho gestito le risorse umane nel settore sportivo. Attualmente ricopro il ruolo di Service Manager, con cui promuovo una visione strategica e umanistica del management. Sono cofondatrice del circolo intellettuale SIMPOSIO2021, scrivo per un blog e per una rivista filosofica. Lavorare con e per le risorse umane è la mia passione.

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Glossario

Termine Definizione
Ohana Termine hawaiano che significa “famiglia” nel senso più inclusivo. Nell’articolo è usato come metafora per un team che non lascia indietro nessuno.
Empatia sul lavoro Capacità di comprendere e riconoscere le emozioni altrui nel contesto professionale, agendo con sensibilità e responsabilità.
Io-Tu / Io-Esso Concetto di Martin Buber: nel rapporto Io-Tu l’altro è una persona; nell’Io-Esso è trattato come oggetto.
Responsabilità etica Nella filosofia di Emmanuel Levinas, l’altro è una presenza che ci interpella, ci coinvolge e ci richiama alla responsabilità anche senza colpa diretta.
Cultura organizzativa Insieme di valori, comportamenti e pratiche condivise che definiscono l’identità e il funzionamento di un’organizzazione.
Team coeso Gruppo di lavoro in cui regna fiducia reciproca, collaborazione, supporto e chiarezza dei ruoli.
Leadership umana Stile di guida che unisce capacità di ascolto, empatia e rigore nella gestione dei collaboratori.
Clima organizzativo Percezione collettiva del benessere e delle relazioni all’interno dell’ambiente di lavoro.

FAQ

[clicca sulla domanda per visulizzare la risposta]

Cosa intende l’autrice con il termine “Ohana”?

Nel suo articolo, l’autrice utilizza il termine “Ohana” come riferimento simbolico tratto dal film d’animazione *Lilo & Stitch*, in cui la parola hawaiana significa “famiglia” nel senso esteso di legame affettivo e inclusivo. Trasportato nel contesto aziendale, il concetto viene proposto in chiave metaforica: un team di lavoro in cui nessuno viene abbandonato o dimenticato, anche nei momenti di difficoltà. Non si tratta di un modello organizzativo, ma di una riflessione culturale e relazionale sul senso di appartenenza e supporto reciproco nei gruppi di lavoro.

Perché l’empatia sul lavoro è così importante?

L’empatia permette di costruire relazioni autentiche tra colleghi, favorendo fiducia, collaborazione e benessere. È una competenza chiave per il lavoro di squadra e per una leadership efficace e sostenibile.

Come si può passare da un’organizzazione centrata sulla prestazione a una centrata sulla relazione?

Occorre un cambiamento culturale che metta al centro le persone: ascolto attivo, attenzione alle fragilità, feedback costruttivi e uno stile di leadership che coniughi rigore e umanità.

Qual è il ruolo dell’HR in una cultura organizzativa più umana?

L’HR può diventare il promotore di una cultura relazionale, facilitando ambienti di lavoro empatici e sicuri, supportando i leader, accompagnando i team e valorizzando la persona oltre la prestazione.

Quali filosofi sono citati nell’articolo e perché?

Martin Buber e Emmanuel Levinas sono citati per introdurre una visione relazionale dell’altro: non come oggetto da gestire ma come soggetto da riconoscere e responsabilità da accogliere. Un pensiero utile per ripensare i rapporti di lavoro.

Essere empatici significa rinunciare all’efficacia sul lavoro?

No, l’empatia non è debolezza. Al contrario, una relazione professionale empatica migliora la chiarezza, il confronto, la fiducia e la coerenza nei comportamenti, rafforzando i risultati.

Come si riconosce un team realmente coeso?

Un team coeso è quello in cui ogni persona si sente libera di esprimersi, sostenuta nei momenti critici e valorizzata nel proprio contributo. Dove la fiducia è alla base della collaborazione.

Approfondimento

 

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